Il Blog di Luca Di Nunzio

Sessant’anni di Unione e di Pace. Buon Compleanno Europa!

March 21, 2017 · Leave a Comment

60esimo-2“L’Unione Europea, l’unione dei popoli europei, dei cittadini dei nostri Paesi, è un progetto di grande valore che va coltivato quotidianamente, anche per rimuoverne le imperfezioni, le contraddizioni, per migliorarlo sulla base di una critica anche severa ma costruttiva […]”
Fra pochissimi giorni, il prossimo 25 Marzo, a Roma verrà festeggiato il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati che dettero vita all’embrione di quella che oggi conosciamo come Unione Europea, e nel virgolettato del nostro Presidente della Repubblica (tratto dal suo discorso tenuto a Gorizia lo scorso Ottobre) è racchiusa, forse, l’essenza della sua attuale esistenza. Già qualche tempo fa avevo parlato su questo sito (L’Europa: una casa da ristrutturare, non da evacuare ) dell’importanza di difendere la nostra “Casa Europa”, pur riconoscendo la necessità di ristrutturarla, adeguarla ed “aggiustarla”, tenendo conto delle diverse radici dei Paesi membri, delle diverse storie che tali nazioni hanno avuto nell’ambito del processo di unificazione, delle diverse esigenze economiche e di bilancio.
Sono passati tre anni da quel post del 2014 e il sentimento anti-europeista ha visto pericolose impennate, spesso alimentate da sentimenti di populismo e disfattismo contaminati da rigurgiti di iper-nazionalismo sfrenato.
Il prossimo anno cadrà il centesimo anniversario della fine della “Grande Guerra”, un conflitto che generò anni bui, caratterizzati da crisi economiche, dittature efferate e livelli elevatissimi di disgregazione sociale e politica, sfociati in poco più di un ventennio nel secondo conflitto mondiale.
Proprio sulle macerie del secondo dopoguerra, però, furono gettate basi ben diverse: il mondo si divise essenzialmente in due blocchi, ma tutti gli sforzi, in particolar modo nell’area occidentale del Vecchio Continente, iniziarono ad andare verso la ricerca della stabilità, della pace, della crescita economica e sociale.
Adenauer, Monnet, De Gasperi, Spinelli, Schuman sono tra le persone che forse ogni giorno dovremmo ricordare e ringraziare, avendo lottato e lavorato per garantire la pace, l’unità e la prosperità nel nostro Continente, quella stessa Europa oggi tanto bistrattata, troppo spesso a torto, rare volte a ragione. Non sono certo mancati, negli anni, i momenti di tensione, anche aspri (a volte vere e proprie guerre, si pensi ai conflitti locali nei luoghi dell’Ex Jugoslavia o in quelli nati dalla disgregazione dell’URSS), su diversi fronti e in diverse nazioni, ma da quel 25 Marzo del 1957 la storia dell’Europa – e quindi del mondo – non è stata più la stessa e una nuova visione ha iniziato a fare breccia tra i cittadini: il principale intento dei trattati di Roma era quello di promuovere la cooperazione economica, in modo tale da ridurre il rischio dei conflitti, a maggior ragione tra nazioni protagoniste di scambi commerciali. Diritti umani, libera circolazione di persone e merci, trasparenza, mobilità sono le grandi tematiche di cui l’Unione Europea si è occupata per più di mezzo secolo.
Probabilmente questo importante anniversario arriva in un momento molto delicato: la moneta unica viene spesso messa in discussione e screditata, soprattutto all’interno del nostro stesso Paese, ma a tal proposito giova ricordare come molti economisti, tra cui il Professor Piga, Docente a “Roma-TorVergata”, sottolineino come il problema in sé non è la valuta unica, ma la mancanza di politiche di forte solidarietà tra le zone ricche e quelle povere, ingrediente essenziale quando si adotta un’unica moneta in una zona vasta ed eterogenea (lo stesso Dollaro aveva causato instabilità e conflitti interni fino a quando non sono stati inseriti “meccanismi di trasferimenti automatici”). Su molte zone di confine dilaga, con scarsa collaborazione dei Paesi Membri, il fenomeno dell’immigrazione e dei rifugiati; in diverse nazioni si affacciano, come detto, spettri nazional-socialisti e, per finire, lo scorso giugno la Gran Bretagna ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, con un Referendum che ha visto protagoniste le vecchie generazioni a scapito dei giovani e le zone rurali a scapito della volontà dei cittadini della capitale. Tanti paradossi sono racchiusi nella scelta referendaria inglese, primo fra tutti il fatto che chi aveva promosso il Referendum era tornato sui propri passi, ma troppo tardi: milioni di persone, spesso animate più da visioni incomplete e parziali sul ruolo dell’UE che da un’analisi approfondita sugli eventuali “costi/benefici” derivanti dall’uscita dall’UE stessa, hanno votato per la BREXIT, mettendo a repentaglio, checché ne dicano “saccenti” politici ed analisti dell’ultima ora, il futuro delle nuove generazioni.
Le spinte “anti europeiste” sembrano non cessare e tutto ciò non può che preoccuparci. Detto questo – non mi stancherò mai di ripeterlo – tanti meccanismi vanno aggiustati: dall’austerity sventolato come unico mantra da Berlino “urbi et orbi”, fino alle emergenze legate ai migranti (l’Europa intera deve iniziare a gestire in maniera più efficiente le emergenze legate ai rifugiati, non abbandonando le nazioni di “primo approdo” come la nostra).
Non ci si può, però, arrendere davanti a chi pensa di buttare 60 anni di storia e di conquiste, effettuando spesso misere “operazioni di sciacallaggio socio-politico-economico” sui problemi reali e quotidiani della gente. Nonostante le critiche, resta pur sempre un’Europa in cui da anni generazioni di giovani si muovono da un’Università all’altra per completare e arricchire i propri percorsi accademici e dove tanti altri milioni di giovani viaggiano, scoprono, trovano lavoro, e spesso iniziano una nuova vita, sentendosi a casa in qualsiasi punto del Continente. E’ un’Europa che stanzia finanziamenti per i più svariati settori (a volte non spesi per la miopia amministrativa delle singole nazioni) e da decenni si mostra sempre più attenta al mondo della scuola e alle politiche di coesione. Ricordo ancora con emozione, nel Febbraio 1992, una verifica scritta di storia al secondo Liceo, quando il professore inserì tra le domande un quesito sui Trattati di Maastricht, firmati soltanto il giorno prima. Fortunatamente a casa, soprattutto nell’ora di cena, si era soliti parlare, discutere e commentare i principali fatti del giorno; la verifica andò molto bene e fui uno dei pochi a rispondere al quesito e ancora oggi penso che quello fosse un tipico esempio di “sinergia” tra il mondo della scuola e quello della famiglia: ci sono eventi, offerti dell’attualità, di cui ciascun docente dovrebbe occuparsi, anche solo per cinque minuti, durante la lezione, a prescindere dalla materia e dal programma ministeriale. Un piccolo stimolo dell’insegnante spesso diventa una sorta di apripista nel sentiero della curiosità dei ragazzi e un potenziale momento di confronto e scambio di opinioni in famiglia.
Il prossimo 25 Marzo cerchiamo di evitare slogan e manifestazioni fuori luogo e approfittiamo della ricorrenza per spiegare, alla gente, agli amici, ai nostri figli e soprattutto nelle aule, l’importanza dell’Unione Europea, evidenziandone anche i difetti, ma ricordandone e difendendone sempre i nobili ideali che mossero i Padri Fondatori quel giorno di fine Marzo di sessant’anni fa, a Roma.

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La Globalizzazione, un’opportunità economica o una fucina di disuguaglianze?

November 17, 2016 · Leave a Comment

globEra l’Ottobre del 2001 quando iniziai la mia prima importante esperienza lavorativa, nell’ufficio Marketing&Communication di un grande gruppo abruzzese della moda, i cui marchi e prodotti stavano conquistando il mondo intero. Da qualche anno era iniziata una profonda fase di cambiamento sociale, economico e tecnologico, meglio conosciuta col nome di “globalizzazione”.
Nell’arco di qualche anno il fatturato del Gruppo raggiunse vette impensate, ma nella seconda metà del primo decennio del 2000 iniziò a verificarsi una concomitanza di fattori negativi: giacenze di magazzino crescenti, gestione finanziaria non rispondente alle nuove esigenze che il settore creditizio manifestava, delocalizzazione nei Paesi emergenti (in cui la manodopera era più a buon mercato) di molte fasi produttive, qualità e tempi di consegna della merce a dir poco discutibili, scarsa velocità di adattamento ai nuovi ritmi commerciali dettati dalla rete e, non ultimo, il propagarsi di nuove aziende (direttamente concorrenti o comunque in qualche modo potenzialmente succedanee); a tutto questo si aggiunse l’esplosione di una delle più profonde crisi economiche del dopoguerra e così il cerchio si chiuse nel 2012 con la vendita dell’azienda (e dei relativi marchi) ad un fondo di investimento cinese (potenza ormai divenuta tra le prime economie del pianeta); la produzione e il principale canale di vendita si spostarono massicciamente in Asia, lasciando all’Italia inizialmente le briciole e dopo un po’ neanche più quelle. In questa esperienza – mia e di altre centinaia di persone che lavoravano in quell’azienda – si può racchiudere, in un certo senso, l’essenza della GLOBALIZZAZIONE, in alcuni casi un’opportunità unica per lo sviluppo economico e per l’aumento della competitività, a vantaggio sia delle aziende che dei consumatori, in altri casi una fucina di disuguaglianze, squilibri e povertà.
Solo nella nostra nazione si possono contare miriadi di esempi del tipo appena citato: il fenomeno ha investito i più svariati settori (alimentare, tessile, sportivo, meccanico, etc. ) di molte nazioni occidentali.

Ma cos’è la globalizzazione? Spesso in aula sottopongo agli studenti tale quesito e devo ammettere che in molti casi vengono espressi concetti e idee non del tutto distanti dalla portata del fenomeno. Se ci si limitasse a considerare la globalizzazione esclusivamente come un mero “allargamento dei mercati” non si coglierebbe la portata dello stesso, anche in considerazione del fatto che già nel passato molte volte sono stati “aperti” confini economici, generando un’intensificazione dei flussi commerciali. Senza andare indietro fino alle grandi reti stradali costruite dai Romani duemila anni fa o ai viaggi dei mercanti veneziani del XIII secolo sulla famosa Via della Seta, ci si potrebbe fermare all’Inghilterra del XVIII secolo e alle numerose invenzioni della Rivoluzione Industriale (macchina a vapore, telaio meccanico,etc. etc.) grazie a cui si iniziò ad organizzare in maniera più efficiente il lavoro delle fabbriche e furono garantiti collegamenti veloci tra luoghi diversi, consentendo di produrre in un posto e consumare il prodotto in un altro. I costi di comunicazione e di trasporto subirono considerevoli riduzioni e con l’introduzione del cavo telegrafico atlantico si ridusse il tempo di trasmissione delle informazioni tra Europa ed America da decine di giorni a poche ore. Ciò che però contraddistingue la globalizzazione rispetto alle altre forme di allargamento dei mercati avvenuti in precedenza è il forte contributo dato dal progresso tecnologico-informatico al fenomeno dell’integrazione dei mercati. All’inizio, sul finire del XX secolo, la globalizzazione fu da molti osannata, avendo portato, a detta degli esperti, tra il 1991 e il 1996 un flusso di capitali verso i Paesi in via di sviluppo sei volte più grande rispetto al quinquennio precedente. L’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) a metà anni Novanta si era posto l’obiettivo di garantire, con la globalizzazione, una prosperità mai vista prima, sia ai Paesi già industrializzati, sia a quelli in via di sviluppo. Purtroppo, però, già sul finire del secolo a Seattle si assistette alla prima grande protesta contro la globalizzazione (va però ricordato che troppo spesso le manifestazioni “no-Global” sono sfociate in atti di violenza fini a se stessi, senza portare idee e contributi alla causa): i lavoratori americani ed europei hanno iniziato ben presto a vedere i loro posti di lavoro messi a rischio a causa della concorrenza cinese, tanto spregiudicata nella produttività quanto indietro anni luce nel garantire condizioni di lavoro e retribuzioni dignitose.
Come ci ricorda uno dei più illustri analisti della Globalizzazione, il Premio Nobel Joseph Stiglitz, alla base delle liberalizzazioni c’è stata, sin dal primo momento, un’iniquità di fondo, volta a uno sfruttamento dei mercati da parte dei Paesi occidentali per aumentare le esportazioni, ma, al tempo stesso, permettendo loro di proteggere i settori in cui il alcuno Paesi del Terzo Mondo era più forte (si pensi, in primis, a quello agricolo).

L’economista russo-americano Simon Kuznets, vincitore del Nobel nel 1971, è spesso ricordato per aver messo ben in evidenza come, al verificarsi di profondi cambiamenti nella società, si assiste subito ad un aumento delle disuguaglianze , poiché non tutti gli individui, aziende o gruppi sociali si adattano ai mutamenti con la stessa velocità. Secondo Kuznets, però, queste disuguaglianze, col tempo, tenderebbero a diminuire perché gradualmente anche i più restii al cambiamento iniziano ad adattarsi e soprattutto perché i poteri pubblici spesso decidono di intervenire nell’economia per ridurre gli eventuali disagi sociali.
Nel caso della globalizzazione – a pieno titolo un “cambiamento” con la “C” maiuscola – è però mancato proprio l’intervento pubblico, perché la politiche nazionali sono diventate inefficaci nei confronti di un fenomeno nuovo, di entità planetaria, e non si è creata mai una vera e propria entità sovranazionale di un certo spessore, in grado di ben regolare questi “cambiamenti globali”. Il problema della “governance” credo sia proprio il cuore delle disfunzioni legate alla globalizzazione; se durante il XX secolo le politiche economiche nazionali vedevano ciclicamente contrapposte, ad ogni tornata elettorale, le idee liberiste (vicine al “laissez-faire” di ispirazione classica) e quelle social-democratiche (favorevoli ad un intervento statale, utile per correggere le storture del mercato), con la globalizzazione, la finanza, il lavoro e il commercio hanno superato le frontiere, causando un “vuoto pubblico” nella governance politica dell’economia.
Uno dei lati più negativi va poi visto nell’instabilità causata dalle speculazioni finanziarie, divenute, nell’era di internet, molto più veloci, spregiudicate e non controllate.
La liberalizzazione dei mercati finanziari è stata addirittura peggiore della liberalizzazione del commercio. I capitali volatili – ci ricorda Stiglitz – sono stati investiti unicamente in prestiti a breve termine con tassi intorno al 18 % a fini speculativi, in base all’andamento dei tassi di interesse.
A tale proposito, il movimento “anti-globalizzazione”, durante la crisi iniziata nel 2008, ha opportunamente rispolverato una misura ideata molti decenni prima da un altro Premio Nobel per l’Economia, James Tobin. L’economista statunitense, neo keynesiano, propose già negli Anni Ottanta un’imposta sulle transazioni finanziarie internazionali, diretta a limitare le speculazioni a breve termine e a garantire la stabilità dei mercati valutari e, tra le azioni economiche raccomandate nel 2011 dalla Commissione Europea , vi furono proprio interventi ispirati alla cosiddetta “Tobin Tax”.
Un altro aspetto non secondario da evidenziare vede la globalizzazione portare a un tipo di “disuguaglianza diversa” rispetto al passato: se, infatti, dal XIX secolo in poi si erano sempre registrati importanti squilibri tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo, con la globalizzazione abbiamo assistito ad un fenomeno diverso, ossia la diminuzione degli squilibri tra Paesi industrializzati ed emergenti ( tra la fine del XX secolo e gli inizi del XXI secolo si sono fatte strada nazioni quali Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa – cosiddette BRICS), ma abbiamo assistito ad un aumento delle disuguaglianze all’interno dei Paesi stessi.

In conclusione, pur ritenendo il processo di globalizzazione ormai irreversibile (è difficile pensare alla reintroduzione di dazi e dogane su scala mondiale, o a restrizioni all’ormai lanciatissimo fenomeno dell’e.commerce, che ci accompagna quotidianamente da anni, così come è arduo credere ad un mondo che, nel XXI secolo, ceda completamente ad una voglia di ritorno a misure protezionistiche o ad un blocco della circolazione di uomini – e quindi di lavoratori e consumatori – tra un Paese e l’altro), ma sicuramente andranno messi tanti puntini sulle “i” e questo non potrà che accadere con decisioni collegiali, così come avvenuto lo scorso anno a Parigi per il contenimento del riscaldamento del Pianeta (fenomeno accentuatosi proprio con lo sviluppo della Globalizzazione e con l’emergere di Economie nuove), nella speranza che poi le nazioni potenti (o prepotenti) non cambino le carte in tavola a seconda del vento politico che soffia in un determinato periodo. Ma su questo, ahimè, nutro qualche piccolo dubbio.

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Il futuro dello Stato Sociale è anche nelle nostre mani

October 24, 2016 · Leave a Comment

wwIl diritto alla casa, l’accesso agevolato o gratuito alle cure mediche, la tutela economica quando si perde il posto di lavoro, l’assistenza ai disabili, il diritto allo studio… sono alcuni dei temi presenti nell’attuale dibattito socio-politico italiano e internazionale, in particolar modo nei periodi – come questo – in cui le politiche economiche degli Stati si traducono in “Documento di Programmazione Economica e Finanziaria”, fatto di  soldi impegnati nel Bilancio Pubblico. Oggi i governi, i legislatori, i politici, i sindacati, le associazioni di categoria rappresentano, nella maggior parte dei Paesi democratici e civilizzati, i principali attori delle sfide legate al futuro del benessere umano.
Con piacere ho potuto riscontrare anche da parte degli studenti un discreto interesse verso tali tematiche: i ragazzi sono spesso pronti ad intavolare discussioni su questioni sociali, sebbene non siano sempre in grado di fornire le giuste “etichette” ai vari fenomeni oggetto di discussione, o la loro giusta collocazione storica. Questo, però, non è un problema legato esclusivamente al mondo degli scolari, bensì alla cultura lato sensu di un Paese, di una popolazione.
Oggi si parla spesso di Welfare State  (o Stato Sociale) soprattutto dal punto di vista dei diritti e dei servizi che uno Stato all’avanguardia deve garantire in questo o quel settore, ma troppo spesso, dall’altro lato, si fa finta di non comprendere la vera essenza dello stesso e gli obblighi (morali, civili, fiscali e di sostenibilità) che esso comporta.

Il Welfare, così come afferma il premio Nobel per l’Economia, il Professor Amartya Sen, è “forse stato il maggior contributo della cultura europea al mondo”, ma è una conquista civile che non ha neppure ottant’anni di vita e per la cui diffusione si sono scontrate correnti di Economisti (penso, per esempio a Keynes, forse il principale fautore dell’intervento dello Stato nell’Economia e Friedman, uno dei principali esponenti del pensiero “classico”, che ha invece sempre visto nel mercato l’unico “luogo” dove far incrociare domanda e offerta di beni, servizi e capitali, ribadendo la necessità di uno Stato fuori dalle partite economiche); non si può, quindi,  dare tutto per scontato e dovuto, ma ogni tanto bisognerebbe pensare al valore delle conquiste sociali ottenute.  La nascita del “welfare state” si fa risalire al governo laburista inglese in carica nel 1945, il quale provvide a nazionalizzare alcuni settori produttivi strategici: minerario, bancario, ferroviario, etc. A ruota fu istituito un sistema sanitario nazionale e infine fu creata la cosiddetta Previdenza Sociale.
In Italia, nel 1861, al momento dell’unificazione, in una nazione quasi totalmente liberista, i compiti lasciati allo Stato erano ben pochi, quasi esclusivamente riconducibili a difesa, ordine pubblico e giustizia. Verso la fine del XIX secolo l’intervento pubblico divenne più importante, anche se un notevole impulso alla spesa pubblica fu dato solo agli inizi del XX secolo. Durante lo stesso periodo fascista, a seguito della Crisi del ’29,  lo Stato intervenne con decisione nell’economia (si pensi all’istituzione dell’IRI).

Il Welfare si fonda su una serie di principi economici che, ridotti all’osso (e forse con eccessiva semplificazione), vedono da una parte investimenti dello Stato per fornire in modo adeguato servizi o beni ai cittadini, seguendo per lo più un principio volto all’equità, dall’altra la necessità di garantire una copertura a tutto ciò, nel Bilancio Statale. Lo strumento principe per ottenere tali entrate risiede nel prelievo fiscale che, in una qualsiasi democrazia che voglia definirsi evoluta, non può che rispondere ad un principio di progressività (tutti i cittadini devono contribuire, in maniera sempre più elevata al crescere della propria capacità economica, al benessere dei più svantaggiati). Non a caso il principio della progressività è presente anche all’interno della nostra Carta Costituzionale da quasi ottant’anni. Eppure ancora oggi gran parte degli economisti che si ispirano alla scuola classica vedono nel fisco esclusivamente un freno all’attività economica, facendo finta di non comprenderne il fine etico oltre che finanziario.  L’economia, secondo costoro, è fatta di cicli, a volte positivi ed altre negativi, ed è quindi  normale che vi siano periodi di crisi, di elevata disoccupazione, di deflazione, insomma di “non benessere”. Secondo loro “passerà ‘a nuttata” e l’economia si riorganizzerà ad altri livelli di equilibrio per poi ripartire. Ma tutto ciò non è vero. Pensiamo a cosa sarebbe potuto accadere se durante le varie crisi mondiali (quella del 1929 o, senza andare troppo lontano,  quella del 2008, che ancora oggi sta manifestando i suoi malefici aspetti) non vi fossero stati sistemi di welfare pronti a garantire almeno i servizi essenziali e i fondi minimi per la sopravvivenza.

Il funzionamento del Welfare dipende, però, anche e soprattutto dalle persone, dalle culture, dalle mentalità: in molte realtà (e non fa eccezione il nostro Stivale tricolore) troppo spesso lo Stato sociale si è tradotto in assistenzialismo e in spese inutili. Tornando, infatti, brevemente alla storia di casa nostra, l’Italia, affrontati i problemi legati alla ricostruzione post seconda guerra mondiale,  inizia un deciso passaggio verso una forma di Stato Sociale sempre più spinta, tanto da trovare espliciti riferimenti nella stessa Carta Costituzionale, entrata in vigore nel 1948. Gli interventi nell’economia diventano sempre più frequenti e si rafforza sempre di più il peso delle imprese pubbliche. Dopo qualche decennio, però – ed eccoci arrivati al discorso della mentalità, della cultura di un Paese – lo Stato Sociale inizia a trasformarsi sempre di più  in uno “Stato assistenziale” e le protezioni sociali, da un lato lasciano sempre più spazio ad agevolazioni per le imprese (spesso volte a dare boccate di ossigeno ad aziende mal gestite, ormai sul lastrico, del tutto improduttive), dall’altro vedono restringere il campo d’azione esclusivamente all’assistenza sanitaria e previdenziale.
Quanti medicinali richiesti in quantità superiore al necessario, per la poca attenzione e serietà di pazienti e medici compiacenti; quante cattedrali nel deserto, quante infrastrutture costruite in malo modo e poi lasciate all’abbandono, tutte espressioni di interventi statali che avranno sì  garantito momentaneamente posti di lavoro, per poi divenire, però, vere e proprie diseconomie, minacce per l’ecosistema, foraggio per le mafie. Troppe volte la classe politica ha esteso benefici oltre il necessario ed in maniera indiscriminata esclusivamente per garantire una sorta di “compenso” per il voto ricevuto.
Si arriva, così, agli Anni Novanta con un debito pubblico ormai insostenibile e con l’ingresso nell’Euro alle porte (e ancora una volta ne approfitto per sottolineare quanto sia stato fondamentale essere passati alla moneta unica, a scanso di equivoci!), tutto ciò ha iniziato a comportare un restringimento delle azioni sociali e, dunque, una minor tutela verso le disuguaglianze economiche e sociali presenti nel Paese. Ma perché è avvenuto tutto questo? Essenzialmente perché alla base di ogni azione politica o economica c’è l’essere umano, con la propria storia, con i propri costumi, con le proprie debolezze.

Si pensi ai Paesi scandinavi, da sempre ritenuti un modello di riferimento nel sociale. E’ vero, sono nazioni piccole, più facilmente gestibili e quasi tutte esenti storicamente da grossi eventi bellici, ma dalla fine dell’Ottocento in poi le popolazioni di quei luoghi hanno sviluppato una vera e propria cultura-coscienza sociale, che li ha portati spesso anche a superare barriere ideologiche politico-economiche, pur di garantire uno sviluppo sociale a tutta la nazione. Ecco, allora, ancora una volta l’importanza della cultura, della mentalità; in Italia ci sono volute addirittura leggi su leggi per ribadire “le pari opportunità”, come se non bastasse l’articolo 3 della Costituzione a sancire nella sua prima parte la totale uguaglianza tra i sessi, eppure è così e mentre in Italia le donne sono ancora osteggiate dal mondo del lavoro e della politica, nel nord Europa sono spesso top manager di grandi multinazionali e spesso ai vertici politici di Comuni, Regioni o Governi centrali.

Volendo concludere questa breve analisi ponendo alcuni quesiti sul prossimo futuro, bisogna considerare come vi siano molti timori che, in una società ormai sempre più globalizzata, le misure sociali potrebbero subire sempre più un’azione di contenimento, che magari potrebbe spostare un giorno il centro nevralgico e decisionale in materia sociale dai singoli Stati verso un’entità sovranazionale. La crescita dei Paesi cosiddetti emergenti (Cina, India, Brasile, etc.) ha portato un miglioramento del tenore di vita in quei posti, anche se sono ancora molto lontani dal poter sperare in sistemi di assistenza sociale stabili. In generale, poi, l’innalzamento dell’aspettativa di vita e la diminuzione delle nascite soprattutto nei Paesi sviluppati porterà ad una sorta di paradosso: un aumento della domanda di beni e servizi socio/sanitari da parte di una popolazione sempre più anziana, che però, dall’altro lato, potrebbe essere sempre meno soddisfatta dai bilanci statali, venendo a mancare nuove forze contributive, a causa appunto delle minori nascite.

Ma, come sappiamo, in economia non vi è nulla di scritto e nulla di certo, anche se, grazie agli strumenti matematico-previsionali si sta iniziando quantomeno a dare una parvenza di scientificità a tale disciplina che – ricordiamolo sempre – è fatta pur sempre di persone, leggi, Stati, modi di essere, modi di comportarsi, modi di “sentire”. Il futuro dello Stato Sociale è nelle nostre mani e nelle nostre coscienze, ancor prima che nei bilanci statali e nelle decisioni di politica economica.

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Un Nobel da sogno: il “passaggio di testimone” tra Dario Fo e Bob Dylan

October 13, 2016 · Leave a Comment

20161013_201410-1E poi è arrivato il giorno in cui tristezza e gioia si sono mischiate, il giorno in cui si sono intrecciate le vicende di due giganti del Novecento, il giorno in cui si è avverato ciò in cui non speravo quasi più. Fin dalle prime ore di questa mattina, appena saputo della morte di Dario Fo, ho iniziato a pensare a come rendere omaggio a questa eccelso autore, attore, regista, scenografo…e potrei andare avanti all’infinito.
Allora la mente è andata a quella magnifica serata di fine Dicembre 2001 presso il Teatro Circus di Pescara quando, insieme a Franca Rame, mise in scena “Lu Santo jullare Francesco”. Alla fine della rappresentazione, dopo decine di minuti di applausi, si fermò a parlare col pubblico e a firmare copie dei suoi libri, le cui vendite erano destinate a scopi benefici (conservo ancora gelosamente “Mistero Buffo” con autografo in rosso sulla copertina).
Il ricordo è andato anche a quella mattina di diciannove anni fa quando, entrando all’Università, vidi apparire sul televisore della portineria la notizia del Premio Nobel assegnato a Dario Fo: l’annuncio datogli in diretta, durante un viaggio-intervista con Ambra (a volte il destino è davvero crudele!); da quel 7 Ottobre del 1997 iniziò ad aumentare in me l’interesse verso i prestigiosi riconoscimenti dell’Accademia svedese, di cui fino ad allora avevo seguito le vicende solo superficialmente.

Nello stesso tempo erano proprio i giorni in cui iniziavo a scoprire una vasta fetta della storia della musica: Genesis, King Crimson, Jethro Tull, Miles Davis, John Coltrane, Cat Stevens, James Taylor, Neil Young e…un certo Bob Dylan. In realtà di quest’ultimo avevo già letto qualcosa; ebbene sì, non avevo ascoltato ancora granché (se non “Knockin’ on Heaven’s Door”, peraltro da me ritenuta una canzone dei Guns and Roses), ma ricordo di aver letto su un libro di antologia delle medie una sua “poesia”, dal titolo “Soffia nel vento”. Partendo da una prima musicassetta prestatami da un amico di università, mi sono immerso, giorno dopo giorno, nel mondo di questo stravagante menestrello, per poi comprare un libro con le sue poesie e poi, anno dopo anno, grazie anche all’influenza esercitata su di me da un amico, nonché parente, Vincenzo, ho passato in rassegna tutti gli album più importanti.
Qualche anno dopo, leggendo tra i possibili candidati al Nobel per la letteratura proprio quello di Bob Dylan, in un primo momento rimasi sospeso tra il contento e l’esterrefatto, ma poi la mente tornò a quella pagina del libro di antologia e a quel Premio dato a Dario Fo, con una motivazione, da parte dell’Accademia svedese, che sottolineava come avesse ricevuto il Nobel per aver “dileggiato il potere e restituito la dignità agli oppressi […] nella tradizione dei giullari medievali”, una novità da parte dell’Accademia, finalmente attenta non esclusivamente alla “portata letteraria” dell’autore, ma anche al ruolo sociale. E da allora iniziai a pensare che anche il cantautore del Minnesota avrebbe davvero un giorno potuto essere annoverato tra i vincitori. Anno dopo anno, ho iniziato a seguire sempre di più le premiazioni con interesse (molto) e speranza (poca) di vedere premiato l’autore di “Blowin’ in the wind”, di “The times they are a-changin’”, di “Masters of war”, di “Hurricane”.
Tre anni fa ho voluto – come detto – condividere questa mia speranza con la rete (www.lucadinunzio.com/?p=290), pur nutrendo molti dubbi sul fatto che Robert Zimmerman (questo il suo vero nome), allora già 72enne, potesse mai vedere coronato questo grande sogno.

Oggi, tornato da scuola, mentre guardavo il telegiornale, appena finito il servizio su Dario Fo, è arrivata l’insperata “breaking news”: “Proprio alcuni minuti fa è stato assegnato il Nobel 2016 per la Letteratura, il vincitore è Bob Dylan”. Incredulità, stupore, un autentico vortice di emozioni…
Mentre cercavo di realizzare mentalmente l’accaduto, ho iniziato a fantasticare su una sorta di incontro virtuale in cui Dario Fo, prima di salutare questa terra, cerca una persona a cui passare idealmente un testimone, quasi a dire “Ecco a Te, anche Tu hai provato a restituire dignità agli oppressi; il mio Nobel per la letteratura è ora in buone mani”.
Dylan ha ricevuto il Premio “per aver creato nuove espressioni poetiche nella grande tradizione musicale americana”, questa la motivazione ufficiale. Sebbene in apparenza diversa da quella usata per Dario Fo, il filo comune va visto nelle diverse sfaccettature con cui può esprimersi un’opera letteraria: arte, teatro, canzone… sono solo modi diversi per combattere soprusi, disuguaglianze, crimini, lotte di potere.

Il premio a Bob Dylan avrebbe reso molto felice Dario Fo – e oggi avremmo avuto certamente una sua dichiarazione – così come credo abbia reso felice centinaia di altri artisti e cantanti: questo premio è andato a Bob Dylan, ma allo stesso tempo è andato idealmente a Neil Young, Peter Gabriel, Leonard Cohen, Bruce Springsteen, Fabrizio De André, Francesco De Gregori e a tanti altri “figli artistici” di Bob Dylan, sparsi nel mondo o già passati ad altra vita.

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La RAI e Libero Grassi: quando la fiction svolge un ruolo educativo

September 1, 2016 · Leave a Comment

 

libgrAlcune sere fa, in occasione del 25esimo anniversario dell’assassinio di Libero Grassi, la RAI ha proposto una fiction in cui sono stati passati in rassegna gli ultimi  mesi di vita dell’eroico imprenditore siciliano che combatté la sua battaglia di libertà contro la mafia e il meccanismo del “pizzo”.

Come già scrissi 3 anni fa, in occasione del telefilm dedicato dalla RAI alla figura di Adriano Olivetti, nella maggior parte dei casi, le fiction della nostra rete pubblica sono fatte male, edulcorate con storielle pseudo romantiche inventate ad arte e, soprattutto, lasciano molto a desiderare dal punto di vista strettamente cinematografico; per alcuni aspetti la fiction “Io sono Libero” del 29 Agosto non ha fatto eccezione, però questa volta era talmente alto e nobile il tema trattato, che non si può non evidenziare il suo valore, storico ed educativo,  soprattutto per le nuove generazioni.

Il tema della legalità, della cittadinanza attiva, dell’educazione civile sono alcuni dei cardini della scuola del futuro e, nella mia esperienza scolastica, ho potuto spesso notare il livello di attenzione mostrato dagli studenti nel momento in cui vengono toccate determinate tematiche, soprattutto se corredate da notizie, documenti, materiale audio e video, aneddoti, esperienze personali: i ragazzi in pochi istanti si sentono pienamente coinvolti e iniziano a manifestare, in un crescendo vertiginoso, la loro sete di sapere, la loro sete di storia, la loro sete di giustizia.

Tornando alla fiction dell’altra sera, ho potuto notare quanto fosse ricca di documenti storici – dagli articoli di giornale alle registrazioni televisive dell’epoca – e spesso corredata da interviste a familiari, trascrizioni delle deposizioni dei pentiti, ricordo dei giornalisti, etc. etc. Tutto ciò aiuta a non dimenticare, aiuta ad aumentare l’interesse verso un problema che ancora oggi affligge l’iniziativa imprenditoriale nelle zone in cui opera la malavita, aiuta la “semina” di legalità (parola forse anche troppo abusata, in vari contesti, mancando troppo spesso l’aderenza con le vicende storiche, concrete, drammatiche, quelle vicende che hanno cambiato la nostra nazione!)

Anche io l’altra sera ho potuto scoprire diversi risvolti grazie alla fiction, sebbene sapessi chi fosse Libero Grassi. Guardando il docu-film, la mente è tornata ad una sera passata davanti al televisore in bianco e nero della mia camera da letto a Borrello, quando assistetti ad uno degli esperimenti televisivi più riusciti della storia della TV italiana, di cui proprio la fiction ha riproposto uno stralcio: la “staffetta” tra Samarcanda Di Michele Santoro, in onda in RAI, e il Maurizio Costanzo Show, in onda sui canali Mediaset, con l’unico intento di divulgare la cultura della lotta alla mafia, esaltando la figura di Libero Grassi, l’imprenditore che volle combattere la mafia, rifiutando di pagare il pizzo, rinunciando alla scorta per sé e chiedendo esclusivamente protezione per i suoi dipendenti, un uomo che della libertà (siamo proprio al caso di “Nomen Omen”) fece una ragione di vita, perdendola.

In una società in cui, soprattutto per i ragazzi (ma non solo), gli eroi appartengono al mondo della musica, dello sport o dello spettacolo, forse il film TV dell’altra sera andrebbe proiettato in tutte le scuole, per evidenziare sia il rigore morale di un imprenditore che non voleva scendere a patti con la mafia, sia le mille sfaccettature del “fenomeno mafia”. Fece molto scalpore – e molto male a Libero Grassi – la sentenza un po’ avventata di un giudice  che sostanzialmente quasi sancì  la liceità del pagamento del pizzo da parte delle imprese e quindi, implicitamente, anche la “normalità” della richiesta  economica da parte della malavita. Sono rimaste storiche le sterili polemiche di un giovane e rampante politico siciliano (che qualche anno fa è finito in galera proprio per rapporti con la malavita) che, agli inizi degli anni novanta, si permise quasi di ridicolizzare in diretta TV la lotta alla mafia, alla presenza in studio – udite udite! – di un colosso quale Giovanni Falcone, e, soprattutto – e questa è forse la cosa più triste – l’indifferenza dei cittadini e degli altri imprenditori verso la battaglia di Libero Grassi, fino a considerarlo quasi un mitomane e un intralcio per gli affari economici delle aziende del posto.

Eccolo, allora, il valore educativo della fiction dell’altra sera: un uomo che avrebbe potuto tranquillamente scendere a compromessi con la mafia (come molte aziende fanno), avrebbe potuto evitare di mettere a rischio la vita sua e della sua famiglia, e invece denunciò tutto chiedendo solo la protezione per i suoi operai e consegnando simbolicamente le chiavi della sua azienda allo Stato.

 

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La Bestia Umana: una piccola impresa musicale

July 16, 2016 · Leave a Comment

Anatomia di una fineDopo 5 anni passati a scrivere i più disparati post su questo o quell’argomento, su questo o quell’artista, su questo o quel fenomeno sociale, eccomi qui a raccontare di un’avventura socio-culturale-musicale che mi ha visto coinvolto negli ultimi 12 mesi, insieme ad un gruppo di amici.
Era un pomeriggio di fine Agosto dello scorso anno quando ci siamo ritrovati come al solito in garage a Borrello per suonare e per un qualche motivo ancora sconosciuto abbiamo iniziato a provare alcuni giri di un paio di vecchie canzoni, scritte più di 35 anni prima e poi dimenticate (anche se fortunatamente tramandate ai posteri grazie a un’audiocassetta Scotch da 60 minuti!). “Re minore, Sol minore”…”Qui dovresti fare un arpeggio con la chitarra elettrica!” … “No, qui, non era così, prova a mettere un mellotron…” “Dai, facciamo uno stacco più articolato”… “Forza col basso, marca bene l’ingresso della Bestia Umana…”: questo all’incirca il campionario di frasi susseguitesi nelle 3 ore di prove. Cecilio Luciano e Giovanni Di Nunzio, membri fondatori degli Sfaratthons (simpatica inglesizzazione del termine dialettale borrellano Sfarattòne, ossia Sfaccendato, Vitellone), nonché autori delle musiche, indirizzavano i nuovi (il sottoscritto, Giovanni Casciato e Mario Di Nunzio), ricordando, per lo più a memoria, i vari riff e le varie successioni melodiche dei brani.
Da quel pomeriggio di fine Agosto si sono susseguiti in maniera vertiginosa incontri, idee, telefonate; ognuno ha iniziato a ricostruire i passaggi delle varie canzoni, chi a Chieti, chi in Irlanda, chi a Lanciano, chi a L’Aquila, chi a Borrello, per poi confrontarle in rete, via mail o tramite i vari social. Tutto questo per realizzare un piccolo sogno: la registrazione di un CD prog-rock che potesse lasciare per sempre una traccia della bontà e dell’attualità di quelle musiche e di quei testi; non solo, nel progetto è stato subito coinvolto l’amico Argentino D’Auro, l’autore della maggior parte dei testi, il quale ha iniziato subito a lavorare parallelamente ad un avvincente libro che tracciasse i ricordi, le emozioni e il substrato storico-sociale legati alla nascita di quelle canzoni, alla nascita di quell’opera-rock. Dopo mesi di duro lavoro, in questi giorni sono finalmente in uscita il CD degli Sfaratthons “La Bestia Umana” e il libro “Una piccola impresa musicale – La Bestia umana – ovvero la via borrellana all’opera rock”, scritto appunto da Argentino.
Il progetto artistico-culturale ha poi visto nell’aspetto figurativo il suo terzo elemento portante, di fondamentale importanza per la riuscita dell’opera: ecco, allora, la copertina del cd – e del libro – un vero capolavoro dell’artista Luca Luciano (tra l’altro fondatore e primo cantante del gruppo), il quale, appena ricevuta la mia prima telefonata in cui gli parlavo del progetto/sogno a cui avevamo deciso di lavorare, si è subito messo all’opera, realizzando diversi quadretti in bianco e nero, suggestivi, per poi presentare, a fine dicembre, il giorno della prima esecuzione live dell’opera a Borrello, un fantastico “olio su tela” (80cmx80cm), dal titolo “Anatomia di una fine”; tutti i citati lavori hanno trovato spazio nel libro e nel packaging del cd. Della stessa copertina sono state poi realizzate delle serigrafie, in tiratura limitata. Ammetto che vedere il nostro cd nei miei scaffali, vicino a quelli delle Orme, dei Genesis, dei King Crimson, degli Yes, dei Gentle Giant fa un certo effetto, in particolare la stessa copertina non ha nulla da invidiare alle cover dei dischi che hanno fatto la storia del “progressive” italiano ed internazionale.
Una volta raccolte le idee è arrivato il momento di incidere: tra metà dicembre e metà gennaio, abbiamo iniziato a passare la maggior parte del nostro tempo libero nella mansarda di Cecilio, il batterista, quella stessa mansarda in cui – come racconta Argentino – quarant’anni fa maturava in quel gruppetto di teenagers borrellani la passione per il rock, per il jazz, per la lettura, per le arti e per la socializzazione in generale. Lì dove sul finire degli anni Settanta era poggiato il giradischi di Cecilio abbiamo posizionato il computer e il mixer, lì dove troneggiava un ping-pong abbiamo posto la batteria e abbiamo iniziato le prime sessioni di registrazioni: pian piano le canzoni di 35 anni fa – la cui tematica ambientalista si è rivelata, ahimè, quanto mai contemporanea, ancora oggi – hanno trovato nuova linfa.
Ecco susseguirsi, frutto di estenuanti sessioni di registrazione, 40 minuti circa di musica discretamente architettata, aperti da una overture che “annuncia” i vari temi che si svilupperanno in seguito (in fase di composizione ho subito pensato ai brani introduttivi presenti in tante opere rock e musical degli anni sessanta e settanta, penso in particolare a Tommy degli Who o a Jesus Christ Superstar) e chiusi da una Poesia, dal titolo Uomo, scritta l’anno scorso da Argentino, sull’onda dei tragici fatti del Bataclan, che fa da raccordo tra i dubbi, le paure, i timori e le problematiche sollevate dall’adolescente più di 30 anni fa e la constatazione attuale del ragazzo divenuto ormai uomo, che si rende conto che purtroppo poco è cambiato nell’indole bestiale dell’essere umano, anzi…tanti fenomeni, sociali, tecnologici ed economici – la globalizzazione in primis – lo hanno portato a costruire un mondo forse anche peggiore. La title track dell’album, La Bestia Umana, si sviluppa in un crescendo continuo, aggiungendo pathos, ritmo e vertiginosi passaggi musicali all’arpeggio iniziale di chitarra elettrica, il tutto sublimato dal suadente flauto del Maestro Geoff Warren, straordinario ospite degli Sfaratthons anche in Smog e La dolce illusione. Gli articolati assolo del flautista inglese si intrecciano con le linee di moog e con i riff di chitarra elettrica solista, arrivando a toccare vette musicali notevoli che riportano alla mente i più classici fraseggi che hanno caratterizzato la storia della musica Progressive Italiana ed europea degli Anni Settanta. Una batteria e un basso e sempre pronti a cambiare repentinamente direzione alla musica, con ritmi e passaggi sincopati e avvolgenti contribuiscono a fare dell’opera rock un bell’esempio di Progressive Post-moderno, con un occhio rivolto alla storia e l’altro diretto al futuro, e alle nuove contaminazioni, a volte metal (si pensi per esempio ai brani Il verde ed Epilogo, a cui ha partecipato l’amico Andrea D.A. che, in mezz’ora di registrazione, senza neanche conoscere o ascoltare prima le canzoni, ha impresso con la sua Telecaster sonorità indelebili a tre tracce dell’album ), a volte jazz (è il caso del deciso 5/4, condito dal graffiante sax dell’amico Giovanni Ferrari che ha dato un tocco di stile free jazz al brano Civiltà Perduta), a volte elettroniche (in particolare nel brano Life in a prison). Un suadente pianoforte apre la suite di chiusura, Dopo, introducendo con una cadenza ipnotica una sorta di progressione geometrica di archi, mellotron, cori, timpani e fiati, che chiudono in maniera maestosa l’opera.
Raramente scrivo post che trattano delle mie avventure in prima persona, ma questa volta, spinto anche dai suggerimenti di Argentino che da sempre mi segue sul blog e dai consigli di altri amici che mi esortavano a parlare anche di eventi legati ai miei stati d’animo, non ho potuto fare a meno di rendere pubbliche le tante emozioni, i tanti momenti di gioia e di duro lavoro (quante notti passate al computer fino alle due per mixare, sovraincidere, amalgamare…) che mi hanno visto coinvolto insieme ai miei amici. Appuntamento al prossimo 15 Agosto a Borrello per la presentazione ufficiale del CD e del LIBRO!

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Un anno di scuola

June 16, 2016 · Leave a Comment

mad terrr okCon la discussione di stamattina di fronte alla Commissione esaminatrice dell’Istituto Galiani-De Sterlich di Chieti si è chiuso il mio primo anno d’esperienza nel mondo della Scuola Pubblica.
Un anno in cui ho capito che la scuola sta cambiando – e deve cambiare! – perché le nuove generazioni sono cambiate; la scuola italiana sta iniziando un lento percorso di avvicinamento ai modelli di riferimento internazionali e ritengo tutto ciò un bene, senza però dimenticare le qualità storiche e ben radicate del nostro sistema di istruzione.
Un anno in cui ho potuto constatare che tante dinamiche “benigne”, tipiche del mondo aziendale, trasportate con dovuti accorgimenti nella Scuola Pubblica, possono servire a far spiccare il volo al nostro sistema di istruzione.
Un anno in cui ho capito l’importanza della centralità dello studente, che non va valutato solo sulla materia, ma che va “coltivato”, supportato, guidato, interessato, affinché nella vita possa diventare “competente”, ossia in grado di risolvere il numero maggiore di problemi che gli si presenteranno: la didattica per competenze non va a sostituire le conoscenze, ma le rafforza, le solidifica!
Un anno in cui ho capito l’importanza della formazione (che auspico possa essere continua!), su diversi fronti, dall’innovazione digitale ai bisogni educativi speciali, dalla didattica all’alternanza scuola-lavoro, capitolo, quest’ultimo, su cui l’Italia ha deciso di investire e in cui dobbiamo riporre la massima fiducia per le sorti delle nuove generazioni.
Un anno in cui ho capito che il “team work” è quanto mai cruciale anche all’interno della scuola, sia tra noi docenti, sia tra alunni e che l’esperienza laboratoriale può essere uno dei cardini dell’attività didattica, non sostituendo – è chiaro – la lezione frontale, ma affiancandola, costruendoci un “mondo intorno”: partire da una problematica reale (etica, sociale, economica, giuridica, etc.) per poi sviscerarla in classe, grazie anche all’ausilio delle nuove tecnologie (la rete in generale, youtube o siti dedicati, nello specifico), e ricondurla all’alveo disciplinare è uno dei metodi più indicati per avvicinare gli studenti alle tematiche di cittadinanza attiva, ancorando le stesse ai contenuti disciplinari.
Un anno in cui ho capito a fondo l’importanza di diversi concetti, tra i quali inclusione, orientamento, rete, contrasto alla dispersione…e ho potuto toccare con mano la passione con cui tante persone lavorano per contribuire al funzionamento e al miglioramento della Scuola, andando ben oltre le ore di lezione e gli impegni collegiali.
Un anno, infine, in cui ho capito l’importanza del valore umano, degli alunni, del mio tutor, dei docenti, del dirigente e di tutto il personale. Il confronto è stato uno dei momenti più alti e nobili, perché dallo stesso scaturisce sempre un doppio arricchimento, che poi, nelle sedi collegiali, può diventare “positivamente virale”, producendo un risultato tipico della logica sistemica, dove il valore risultante dall’azione sinergica di più parti è di gran lunga superiore alla mera sommatoria dei singoli contributi.
Un anno in cui ho capito che ogni singola persona nella scuola può e dovrà uscire arricchita; può e dovrà arricchire.

Un piccolo aneddoto finale, che ho sempre portato e sempre porterò con me: quasi 30 anni fa, tornando in paese mio zio, docente in Emilia Romagna, mi chiese: “Beh, come va questo primo anno di scuola media?” e io risposi: “ Bene, i professori dicono di trovarsi bene con noi…”. Fui bonariamente aggredito da mio zio, il quale ribatté: “Voi alunni dovete trovarvi bene con i professori non il contrario…”.

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L’inflazione: a volte nemica, a volte alleata?

March 23, 2016 · Leave a Comment

infEra il periodo delle scuole elementari e ogni estate mi accorgevo che la gran parte dei gelati confezionati costava un po’ di più rispetto all’anno precedente; nell’arco di un paio di anni arrivava inesorabile il giorno in cui andavo al negozio di alimentari per comprare il solito filone di pane da 2 kg e mi accorgevo che i soldi che mi aveva dato mia madre non bastavano più, il prezzo era aumentato; mio fratello faceva una raccolta di quotidiani sportivi e riviste musicali e quando mi mettevo a sfogliarli, notavo come il prezzo fosse aumentato da un anno all’altro, ma soprattutto ricordo il primo giorno in cui al bar mio nonno mi dette i soldi per comprare le patatine e come una decina di anni dopo per le stesse patatine occorresse più del doppio. Tutto questo accadeva negli Anni Ottanta. Qualche tempo dopo, nel 1997, durante il corso di economia politica, riuscii a dare un nome a quel fenomeno di innalzamento dei prezzi a cui avevo assistito nella mia età adolescenziale: inflazione.
Da quel momento in poi, vuoi che si discutesse a casa, vuoi che si parlasse tra amici, vuoi che si seguisse una lezione all’Università, la parola inflazione trovò spesso posto nei ragionamenti, venendo vista quasi sempre come una sorta di spettro gigantesco da cui difendersi e che perseguitava la nostra Italia ormai da decenni – si pensi che a metà anni Ottanta il tasso di inflazione era arrivato a toccare anche quota 25%!
Pochi giorni fa il Governatore della BCE Mario Draghi, mentre comunicava l’ennesimo e forse ultimo taglio dei tassi di interesse per dare un impulso all’economia del vecchio continente, ha ribadito l’obiettivo di riportare in alto il livello d’inflazione, puntando ad arrivare dall’attuale 0,2% al 2% nell’arco di un paio d’anni. Ma come? Adesso che i prezzi sono più bassi, ora che un pieno di benzina costa dai 10 ai 20 euro di meno rispetto a due anni fa, proprio ora l’obiettivo diventa quello di innalzare l’inflazione? E soprattutto, come spiegare in classe ai ragazzi che in questo momento storico il tasso di inflazione è ai minimi storici, e questa cosa non è affatto positiva?
La definizione più comune di inflazione è quella che la vede come “un aumento sostenuto del livello generale dei prezzi, che determina una perdita di potere d’acquisto della moneta”.
L’inflazione si calcola prendendo in considerazione una media dei prezzi di diverse tipologie di beni, il cosiddetto “paniere”, che ovviamente varia negli anni nella sua composizione –  per esempio oggi il tablet fa parte del paniere, ovviamente 10 anni fa no!
Essa colpisce soprattutto i percettori di redditi fissi, come ad esempio operai ed impiegati, i quali, se non riescono ad ottenere un aumento salariale, subiranno una diminuzione del loro reddito reale e vedranno diminuire il loro potere d’acquisto. Allora sembrerebbe ovvio e opportuno un ritocco in alto degli stipendi, ma così non è, anche perché ad un aumento degli stipendi seguirebbe un innalzamento dei costi per le imprese, le quali, quindi, sarebbero costrette ad alzare di nuovo i prezzi; ecco, allora, generarsi un circolo vizioso e pericoloso.
Ma vi sono anche altre conseguenze dell’inflazione oltre a quelle già citate; essa per esempio va ad incidere direttamente sui risparmi dei cittadini. Questi ultimi, infatti, temendo un’ulteriore perdita del potere d’acquisto, potrebbero decidere di spendere subito il loro denaro o acquistare i cosiddetti beni di rifugio, piuttosto che risparmiare per il futuro.  Un altro grosso problema si genera per chi accende un mutuo a tasso variabile  e poi è costretto a pagarlo, negli anni successivi, a tassi  nettamente superiori.
Da sempre l’analisi dell’inflazione si è rivelata complessa e articolata, a seconda degli attori, dei periodi e delle politiche economiche ad essa connesse.
Sul finire degli anni Cinquanta un economista, W. Philips, notò addirittura che una bassa inflazione di solito si accompagnava ad un’elevata disoccupazione e, al contrario, un elevato tasso di inflazione spesso coincideva con un generale abbassamento del livello di disoccupazione.  Tale relazione però si mostrò poi poco veritiera negli anni Settanta, quando si registrò soprattutto in America un’alta inflazione associata ad un’alta disoccupazione. Quanto evidenziato sino ad ora dimostra una sola cosa: in economia niente è nero o bianco, i fenomeni possono assumere diverse sfaccettature a seconda dei periodi e dei contesti. Non esiste mai una ricetta unica, una sorta di formula magica in grado di risolvere qualsiasi tipo di problema economico-sociale, ma ciò non significa che le autorità debbano rimanere inerti di fronte ai fenomeni, agli accadimenti economici. E’ compito delle autorità eocnomico-politiche cercare di prevedere i fenomeni, anticiparli, per quanto possibile, e, alla fine, intervenire per porre rimedio alle storture del mercato e quindi anche ai fenomeni legati ai prezzi.
Ecco, allora, che oggi il Governatore Mario Draghi e l’Europa intera ci mettono in guardia da un’inflazione troppo bassa, talmente bassa da non poter farci esultare per un pieno di benzina meno costoso, ma, anzi, da farci tremare di fronte ad un livello basso di prezzi (chiamato “deflazione”) che è sintomo di recessione e di disoccupazione stessa.
Un calo vertiginoso e continuo dei prezzi potrebbe anche rendere felici i consumatori, ma questa è una visione molto ridotta del fenomeno, perché la deflazione innesca un circolo vizioso che porta le imprese a guadagnare di meno e ad avere meno liquidità aziendale. Vedendo ridurre il proprio fatturato, le imprese riducono la produzione e rinunciano a nuove assunzioni; ciò causerà un aumento della disoccupazione con l’effetto di far circolare ancora meno denaro. Se le imprese non riducono velocemente il livello produttivo dei loro impianti, rischiano di inondare il mercato di merce che resterà invenduta con l’effetto di dover abbassare ancor di più i prezzi, alimentando nuovamente la deflazione.

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