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Non esistono scuole di serie A o di serie B: l’importanza dell’Istruzione Professionale

novembre 25, 2019 · Leave a Comment

 

Circa trent’anni fa mi accingevo a decidere cosa fare dopo le scuole medie, ero pieno di dubbi e di incertezze, le stesse che mi hanno accompagnato durante tutto il percorso liceale: “Avrò scelto la scuola giusta?”, “L’ho fatto perché consigliato dai professori?”, “Ho deciso solo per motivi logistici?”, “Mi sono iscritto per spirito di emulazione?”, “Chissà se mi sarà utile il latino un giorno!”

Oggi posso ritenermi abbastanza soddisfatto delle scelte effettuate, ma, trovandomi dall’altra parte della “barricata”, da insegnante, devo constatare come  ci sia ancora una cattiva prassi, ahimè diffusa, volta a cercare di creare idealmente scuole di serie A e scuole di serie B e, in particolare, noto come sia troppo spesso sottaciuta l’importanza dell’istruzione professionale.

Quando quattro anni fa  sono arrivato nell’I.I.S. “U. Pomilio” di Chieti, mi sono avvicinato come un alieno, sia perché alle prime armi con questo nuovo “mestiere” (dopo 12-13 anni vissuti in azienda), sia per il mio background da studente, che mi aveva visto frequentare il Liceo Scientifico, un altro tipo di scuola; è da quel giorno che ho iniziato a scoprire sul campo quello che avevo sempre pensato, ossia la centralità dell’istruzione professionale all’interno degli scenari socio-economici  della nostra nazione e soprattutto come ogni  tipo di percorso scolastico sia importante, senza alcuna distinzione.  Nella vita di tutti i giorni mi capita di incontrare parenti o amici che mi parlano, con la gioia negli occhi, della loro esperienza scolastica all’interno di quelle mura, di quei laboratori, a contatto con quei macchinari, con quelle attrezzature, alle prese con la risoluzione di svariate problematiche (in ambito motoristico, termico, meccanico, elettrico…); parlo con amici e parenti che hanno frequentato gli Istituti professionali negli anni Settanta o con persone che sono passate di lì solo dieci anni fa e, in ognuno di loro, si percepisce il forte senso di orgoglio e di appartenenza, eppure ancora troppo spesso il mondo scolastico, quello dei genitori, quello “salottistico”, si mostra abbastanza “classista” e spesso non aiuta ad indirizzare o assecondare le volontà dei ragazzi. Capita, così, di sentire amici che con fierezza ti raccontano di aver iscritto la propria figlia al Corso ”Socio-Sanitario” di un Istituto Professionale, in Lombardia, perché convinti dalla forza e dalla determinazione con cui la stessa ragazza ha effettuato la scelta e scoprire che in quell’Istituto vi sono ben 18 sezioni attive, e vedere che da noi, in Abruzzo, non sempre si riesce a raggiungere un numero di iscritti sufficiente a creare una sola classe;  mi capitava, da piccolo, di vedere ragazzi che tornavano in paese da Svizzera o Germania agli inizi dell’estate, per poi ripartire già ad Agosto perché dovevano tornare a scuola, nei loro Istituti professionali, per effettuare un periodo in  un’azienda “collegata” e quando in Italia si è iniziato a  pensare un po’ più seriamente ad alleanze formative tra mondo della scuola e mondo del lavoro, è emersa la moltitudine di ostacoli creati dalle scuole stesse, da alcuni docenti, dall’opinione pubblica, dalla politica, di fronte alle novità.
Dante Alighieri, il genitivo sassone, lo studio delle funzioni, il moto rettilineo uniforme, anche se con diverse intensità, vengono trattati in tutti i percorsi scolastici e chiunque voglia approfondirli, anche all’Università, potrà  farlo e tanti sono gli studenti che con orgoglio tornano nel nostro Istituto professionale dopo aver conseguito una laurea in Ingegneria,  Psicologia, Lettere, Lingue o Giurisprudenza…

Il primo giorno di lezione presso il “Pomilio” di Chieti ricordo di essere entrato nei laboratori del settore Moda e mi sembrava di non essere mai uscito dalle aziende del tessile in cui avevo lavorato, per quanto sembravano essere simili agli uffici di modellistica, di prototipia conosciuti negli anni.
Questi sono i giorni in cui le nostre città iniziano ad essere tappezzate di manifesti, a breve vedremo paginoni pubblicitari a pagamento sui quotidiani, “piccoli spazi pubblicità” (per citare un idolo di molti ragazzi) sulle TV locali, eventi, feste,ospiti, notti bianche…tutte azioni volte ad “accaparrarsi” un iscritto in più nel proprio Istituto: nulla da criticare, in fondo si cerca semplicemente di stare dentro il sistema, il problema, però, sorge quando, in fase di orientamento in uscita, le “scuole medie” non si interessano fino in fondo al bene reale dello studente, non assecondandone sempre la  volontà, non facendone emergere eventuali competenze nascoste, insomma quando manca una vera azione di guida; se a ciò si somma la (quasi sempre) ferrea volontà dei genitori di decidere “in nome e per conto” dei figli, ad ogni costo, il risultato è quello di vedere troppo spesso “studenti  sbagliati” in “istituti sbagliati”, ragazzi e ragazze che si ritrovano in una scuola piuttosto che in un’ altra, infelici, solo per scelte etero-dirette.  Spesso l’Istruzione Professionale si trova ad affrontare una mole di ostacoli nettamente superiore rispetto agli altri Istituti, soprattutto in fase di Orientamento: le voci, il passaparola negativo, i timori dei genitori, l’opera di persuasione di alcuni docenti, vanno ad offuscare completamente il valore aggiunto che il percorso può offrire. Laboratori attrezzati con stampanti 3D, tecnologie avanzate, attrezzature all’avanguardia a volte non ancora reperibili neanche a livello aziendale, l’alto tasso di occupazione post-diploma, i Progetti Erasmus+, le decine di convenzioni con aziende locali, spesso nulla possono di fronte alle classifiche da Domenica Sportiva stilate dalla Fondazione X o dal Centro Studi Y, pronti a snocciolare ogni Novembre dati statistici (spesso parziali) utilizzati “ad arte” dai giornali per effettuare titoloni ad effetto.
I Licei, gli Istituti tecnici ed industriali, gli Istituti Professionali non devono essere uno “status symbol” ad uso e consumo delle famiglie, ma reali opportunità per la costruzione del miglior futuro possibile dei nostri figli.
Buona scelta a tutti i quattordicenni (o giù di lì) di Chieti, d’Abruzzo e d’Italia!

 

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L’ora di supplenza e il trentennale della caduta del Muro

novembre 10, 2019 · Leave a Comment

L’altro giorno mi trovo ad effettuare un’ora di lezione di supplenza – termine che quasi sempre genera negli alunni sensazioni di totale estraneità al mondo della scuola, della didattica, dello studio, come se debba essere per forza un supplemento di ricreazione – e la prima cosa che faccio è chiedere se hanno idea di cosa sia accaduto di importante il 9 Novembre del 1989, quesito quasi sempre foriero di silenzi assordanti negli anni passati, confidando, questa volta, nell’anniversario a cifra tonda.

Dopo un paio di minuti di brusio e perplessità diffusa, decido di portarli in biblioteca e consegno loro tre o quattro atlanti d’archivio, aprendoli sulla pagina dell’Europa politica e chiedo di osservare e vedere se c’è qualcosa di strano, ricordando loro che quelli sono gli strumenti su cui io stesso, come quasi tutti i loro docenti, ho studiato, non certo secoli fa.

I primi sguardi sono concentrati sull’Italia, poi, pian piano, non notando alcunché di particolare, allargando la visuale, indicano l’ampiezza sconsiderata della Russia, peraltro chiamata con un altro acronimo, URSS, che qualche sparuto alunno ricorda di aver visto, forse, in un film dedicato a un pugile (e lì realizzi che il celebre “ti spiezzo in due” non ha attecchito sui millennials). Dopo alcuni istanti un altro alunno si accorge che la nazione lituana, di cui una delegazione scolastica è stata solo poche settimane fa ospite del nostro Istituto per un progetto Erasmus, non esiste sulla cartina e allora faccio notare che il suo colore è lo stesso di tante altre nazioni oggi esistenti e ai tempi in cui frequentavo le scuole medie no: li guido, aiutandomi con esempi sportivi o dello spettacolo legati all’attualità, alla scoperta delle varie nazioni ex sovietiche, dalle baltiche alle altre, passando per i Paesi della “cortina di ferro” ormai separati, spesso mete dei loro viaggi di istruzione, quali la ex Cecoslovacchia, o quelli, a noi più vicini, dell’area balcanica, per poi chiedere loro di concentrarsi sulla Germania. In un primo momento nessuno nota particolari di rilievo, finché qualcuno indica, con aria dubitativa, le diciture “Rep. Dem. Ted.” e “Rep. Fed. Ted.”, come qualcosa di strano e lì il quesito originario inizia ad essere messo a fuoco, anche se lentamente. Dopo aver ricordato insieme a loro le varie tappe che si sono susseguite dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, riaffiora in loro il concetto, non completamente nitido, ma presente, di “Guerra fredda”. Iniziamo allora ad approfondire l’argomento, entrando maggiormente nei dettagli geopolitici del nostro continente e, in generale, del mondo, ricordando vari eventi, avvenuti in Ungheria, negli anni Cinquanta, a Praga un decennio dopo, l’elezione di un Papa polacco, sul finire dei Settanta, il primo proveniente da una nazione dell’Est Europa, fino ad arrivare al “famoso” 1989.

Torno brevemente sulla data del 9 Novembre e spiego loro che quello è semplicemente uno di quei giorni di cui ognuno di noi, ognuno dei loro genitori o nonni, forse ricorda esattamente cosa faceva, a che ora e con chi. Sempre attingendo dall’ambito sportivo sottolineo come in quelle settimane una delle nostre squadre andò a giocare un turno di Europa League (allora Coppa Uefa) in uno sperduto luogo di una nazione oggi non più esistente, la Germania dell’Est, il cui nome sarebbe cambiato di lì a poco, era il Karl Marx Stadt. Ormai quasi tutti hanno rinverdito i vari ricordi e il Muro che separava in due la città di Berlino comincia a diventare, nelle loro menti, qualcosa di reale, di concreto, tanto da permettermi di tracciarne un breve excursus: la sua costruzione, improvvisa e tenue prima, e terribilmente celere e progressiva poi, tutte le persone che da quell’estate del 1961 in poi persero la vita nel tentativo di oltrepassarlo, le famiglie che dall’oggi al domani si ritrovarono mattoni e cemento a dividere due finestre dello stesso appartamento…

Chiudo dicendo loro: “Quel giorno, più o meno ad ora di cena, io e i vostri genitori abbiamo semplicemente assistito alla trasformazione del mondo”. Accendiamo la LIM ed invito a ricercare su YouTube “9 Novembre 1989”, quindi guardiamo insieme gli spezzoni degli stessi Tg che tutti gli italiani videro in quelle ore e loro mostrano interesse e curiosità; sono ormai coinvolti.

Doveva essere la “solita” ora di supplenza, e invece è servita per far scoprire ai ragazzi di oggi come un giorno cambiò per sempre la nostra vita, la vita di milioni di persone e anche la loro e forse l’aspetto più singolare di tutti è l’aver constatato che tutti gli strumenti possono essere usati con profitto, e anche allo stesso tempo, sia quelli digitali, sia vecchi atlanti di carta di oltre quarant’anni fa.

Le competenze chiave di cittadinanza (oggi quanto mai necessarie, forse essenziali, dati i tempi), quelle digitali, quelle storico-sociali, l’imparare ad imparare non sono poi tanto lontane dalla realtà, ma gli alunni vogliono spesso essere semplicemente guidati nello svilupparle, ancor di più quando sembrano inizialmente mostrare sensazioni completamente contrarie – di disinteresse o di ostracismo.

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Buon anno scolastico agli unici protagonisti della scuola, gli studenti!

settembre 11, 2019 · Leave a Comment

Domani inizia il mio quinto anno di insegnamento, non un lungo periodo, in cui ho cercato di dare il massimo, attingendo dalle mie passate esperienze, lavorative e di vita, consapevole che il ruolo del docente è fondamentale per il futuro di ogni singola ragazza o ragazzo, domani donna o uomo. Ho visto studenti e studentesse crescere da un mese all’altro, ho visto comportamenti limati pian piano, ho visto progressioni impressionanti nello sviluppo delle competenze sociali, civiche e prettamente didattiche, ho visto alunne e alunni in grado di confrontarsi e integrarsi, non solo all’interno delle aule, ma anche nelle varie nazioni coinvolte in progetti comunitari, ho visto studentesse e studenti col volto pieno di gioia e curiosità, affacciarsi al mondo del lavoro.
Certo, ho visto anche situazioni a volte rimaste immutate, se non peggiorate: in ognuno di tali casi ho capito che anche io avrei dovuto fare qualcosa di diverso, qualcosa di meglio, qualcosa di più. Ogni studente che perde un’opportunità, che fallisce un obiettivo, che “prende una strada sbagliata” deve indurre ogni singolo docente a riflettere su quanto fatto o non fatto.

La scuola si muove sempre più verso un’ottica basata sulle competenze e non solo sulle conoscenze e questo è quanto di meglio possa accadere. Formare un giovane significa non solo fornirgli le giuste nozioni, spiegargli i vari argomenti nel miglior modo possibile, occorre puntare a valorizzare anche tutte le sue capacità, palesi o nascoste, scolastiche e non, occorre tirar fuori il meglio dal suo vivere quotidiano in famiglia, in gruppo, in associazioni. Non mi stancherò mai di ripetere che la consecutio temporum, il teorema di  Lagrange, gli elementi costitutivi dell’azienda, la Legge di Ohm sono tutte cose importanti, ma lo sono ancor di più se insieme al loro studio il ragazzo o la ragazza sviluppa capacità critica e attitudine al problem solving, aumentando il numero di competenze day by day, mese dopo mese, anno dopo anno. A me, fortunatamente, ciò è accaduto, certo, non con tutti i docenti che ho incontrato nel mio percorso, però sono ben conscio che quel po’ che riesco oggi a trasmettere è frutto del lavoro “diverso”, non “consueto”, non “tradizionale”, fatto più di vent’anni fa da 3-4 Docenti “lungimiranti”, anche un po’ visionari, oltre che competenti.

Dicevo all’inizio che in cinque anni ho cercato di dare il massimo, ma quel che più emerge dopo questo breve periodo è l’arricchimento che IO ho ricevuto da ogni singolo studente; ciò che loro hanno dato a me per ora supera di gran lunga il valore del processo inverso; pur con tutte le piccole difficoltà quotidiane da affrontare nell’approccio con le nuove generazioni, il vero motore del nostro “lavoro” sono e saranno sempre loro. Noi facciamo loro centinaia di domande, cercando anche di dare una valutazione alle risposte, ma raramente capiamo il valore delle loro domande, qualsiasi esse siano: ogni singola richiesta, ogni singolo quesito non può e non deve essere mai tralasciato.

Buon anno scolastico ai nostri studenti e studentesse!

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Che esame, la vita

giugno 11, 2019 · Leave a Comment

TANTO, FORSE TROPPO, TEMPO FA

Passava i pomeriggi dietro un pallone, col desiderio di poter indossare la maglia a strisce di Michel, ma da qualche giorno aveva messo un freno al divertimento; passate le feste patronali, l’obiettivo a medio termine diventava la vacanza dagli zii sulla riviera romagnola, ma prima occorreva superare un ostacolo un po’ più a breve termine. La Repubblica aveva spento da poco le sue 41 candele, ma a casa riecheggiavano solo le note dei “17 Re” di una quasi sconosciuta band toscana, che di lì a qualche giorno avrebbe suonato a Roccascalegna, pardon…a Rockascalegna, la Woodstock del Sangro. Durante i festeggiamenti per il compleanno del fratello maggiore il ragazzo si esercitò per bene: “Ok, la “pizza dolce” è divisa in 10 parti, io ne prendo una…mmh…quindi 1/10. No, aspe’…ora qualcuno ha preso due pezzi, faccio la somma? Ma di cosa? Ah, sì, sì, tutt’apposto. Tutto chiaro!”. Arriva il gran giorno, il primo di quel tipo. Eccole davanti a lui, le frazioni…all’interno di un problema appare un ostico 9/5!. “Che rabbia!”, pensò tra sé e sé, “non ho mai capito come avrei potuto chiedere a mia mamma di dividere quel dolce in 5 parti per prenderne 9!!!”. Di colpo la sua mano fu guidata – di nascosto –  per 2 minuti dalla mamma di Fabio, e sì, perché lei non era la sua maestra, non gli aveva mai insegnato, lei esaminava quel giorno, lei è ancora oggi la Maestra per antonomasia a Borrello. Superato quel piccolo scoglio, tutto andò per il meglio. Ormai più niente poteva separarlo da Fiabilandia, dall’Italia in miniatura o dal Delfinario. L’indomani attraversò la città di Pescara di buon mattino, quando da poche ore erano rincasati tutti i cittadini in visibilio dopo una notte di festeggiamenti per la scalata verso la serie A. Alla Stazione – l’ultima volta in cui il ragazzo avrebbe preso un treno nella vecchia stazione, oggi area di risulta – si pronunciava  una sola parola, un solo nome, sette lettere ovunque: Galeone.

Tornato in paese ricominciò a correre dietro a un pallone, ma bisognava trovare un nuovo idolo: Michel aveva appeso le scarpette al chiodo.

 

LA “LETTERA 32” IN SOCCORSO

Sono passati tre anni, il mondo è pieno di stravolgimenti politici: sono appena iniziati i Mondiali di Italia ’90 e per l’ultima volta partecipano, con diverse fortune, l’URSS e la Germania dell’Ovest; sono iniziate le “notti magiche”, il ritrovo presso le giostre è un misto di divertimento e preoccupazione: gli esami di terza media sono alle porte e gli altoparlanti dell’autoscontro sono gli unici in grado di far risuonare note che non siano quelle della coppia del momento “Nannini-Bennato”. Arriva il giorno dello scritto di Italiano e il ragazzo riesce a trasformare la favola del Camerun ai Mondiali in un discreto tema sui (pochi) valori nobili ancora presenti nel mondo del calcio. Ma ora giunge il momento degli orali e il lavoro più difficile consiste nel presentare una tesina; a casa c’è un Commodore 64, ma senza stampante e quindi si procede con pezzi di fotocopia di parte di libri, ritagliati e incollati con una sequenza logica. Tutto sembra filare liscio, mancano solo poche fotocopie….ma di colpo… l’unica fotocopiatrice presente in paese si blocca. Ecco entrare in scena la compagna di viaggio di migliaia di giornalisti, la “macchina per scrivere”, un oggetto ormai sulla via del tramonto, basti pensare che nei collegamenti con le Sale Stampa dei Mondiali non se ne vedono quasi più. Poche volte, e solo per divertimento, ha usato quella “Lettera 32” di famiglia, ma ora è arrivato il momento di fare pratica in un minuto per diventare esperto dopo due. Per forza di cose. Tutto finisce, ancora una volta, nel migliore dei modi, in lontananza riparte il camion dell’autoscontro; si chiude un’era: è l’ultimo giorno passato in un’aula di scuola nel paese dove quattordici prima era nato.

 

POLLICE VERSO

Da pochi giorni la propria squadra del cuore è tornata a vincere uno scudetto, il primo dai tempi di Michel, di lì a pochi giorni verranno introdotti i nomi sulle maglie e scomparirà una volta per tutte la numerazione da 1 a 11 su cui intere generazioni hanno mandato a memoria idoli, ruoli, formazioni, cantilene. C’è poco tempo per festeggiare, l’Esame con la “E” maiuscola sta per arrivare, da poco in Italia è iniziata la cosiddetta seconda Repubblica, ma sembra essere già al capolinea; per ironia della sorte, di lì a pochi giorni il ragazzo, ormai maggiorenne e patentato, tornerà in vacanza in Emilia Romagna, quasi a chiudere un cerchio ideale, ma prima occorre superare, una ad una, quelle notti insonni, senza  però “lacrime e preghiere”. Ci siamo, è arrivato il giorno degli orali, non più a casa, non più a Borrello, ma fuori provincia, nella afosa Castel di Sangro: dopo aver snocciolato opere, vita e stile di Keats e Shelley, arriva il temuto scoglio e, come per gli antichi Romani, c’è un “pollice verso” che si nasconde dietro l’angolo.

Non è ancora l’epoca degli emoticon, pertanto quel pugno chiuso col pollice all’infuori, dopo averlo visto in 30-40 repliche di Ben-Hur, assume un altro, unico, significato: è il metodo con cui rappresentare un fenomeno elettromagnetico.  Il Presidente di Commissione, anch’egli Docente di Fisica, tende diversi trabocchetti fino a cercare di indurre lo studente all’errore sulla “Regola della mano destra”, ad arte “ribaltata” dal punto di vista visivo per metterlo in difficoltà. Il ragazzo, ormai alle corde, invita la stessa commissione ad abbassarsi sotto la scrivania per osservare il verso della forza risultante. Tra lo stupore dei presenti, finisce così il colloquio e quella sorta di risposta provocatoria spalanca le porte ad un esito felice, ma segna un nuovo modo di affrontare le cose per un ex teenager, forse futuro uomo.

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Ieri sera, forse dopo aver sentito al telefono mia nipote, pronta per iniziare oggi gli Esami di terza media, o forse ispirato dalla visita serale, fatta insieme a mio figlio, all’autoscontro del paese, in cui ho notato un discreto fermento, che non vedevo da anni, ho pensato di scrivere questo post, augurando il meglio alle centinaia di migliaia di studenti che da oggi hanno iniziato a sostenere gli Esami. Senza scomodare il buon Eduardo, è chiaro che l’esame più bello, difficile e stimolante resta sempre e soltanto uno: quello della vita.

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Il Nobel per l’Economia si tinge di verde

ottobre 8, 2018 · 1 Comment

Nel giorno in cui  la Commissione dell’ONU sul cambiamento climatico pubblica  uno studio non proprio roseo sul mantenimento del riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali, l’Accademia reale svedese delle scienze  assegna il Premio Nobel per l’Economia a William Nordhaus e Paul Romer, per i loro studi sull’integrazione tra studi sui cambiamenti climatici, innovazione tecnologica e analisi macroeconomica.

La mia attenzione – lo ammetto – è stata catturata dalla figura di Nordhaus, professore a Yale,  noto per il suo lavoro sui modelli di cambiamento climatico e fautore della cosiddetta “contabilità verde”, sin dai primi anni Settanta. Era infatti il 1972 quando, insieme a Tobin, sollevò  la questione chiave della sostenibilità, cercando di delineare un metodo su come misurare il degrado ambientale in correlazione con la crescita economica.  Gran parte del lavoro di Nordhaus  è andato a confluire all’interno di potenti software e fogli di calcolo, tanto che la maggior parte degli economisti dediti agli studi sui cambiamenti climatici potrebbero anche non aver mai letto un libro del neo Premio Nobel, ma quotidianamente utilizzano i dati che vengono fuori dai modelli matematico-informatici basati sul suo lavoro e sui suoi studi.

Mentre scrivo questo post, il TG1 sta mandando in onda il servizio sugli esiti della Conferenza tenutasi in Corea del Sud in questi giorni: lo studio, frutto del lavoro di due anni di oltre novanta ricercatori, porta a conclusioni dirette inesorabilmente verso la necessità di ridurre la quantità di gas serra di origine umana nell’atmosfera, attraverso il taglio delle emissioni (passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e/o attraverso la rimozione di anidride carbonica, soprattutto per mezzo della riforestazione.

I buoni propositi sul fronte ambientale, però, non si traducono spesso in azioni mirate e concrete: basti pensare alla grande speranza riposta nella conferenza di Parigi di tre anni fa (v. il Post dell’epoca dal titolo “La natura non può più aspettare”), quando i grandi del mondo, in primis Obama, concordarono azioni decise ed incisive per affrontare una volta per tutte il problema delle riduzioni delle emissioni, ma che, con l’insediamento dell’ultimo inquilino della Casa Bianca, è andata sgonfiandosi a poco a poco. Lo stesso Trump, liquidò tutto con un terribile tweet, l’anno scorso, durante le giornate americane di freddo polare: “La costa est degli Stati Uniti è investita da un’ondata di gelo e per la vigilia di Capodanno sono attese temperature polari. Potremmo usare un po’ di quel buon vecchio Riscaldamento Globale che il nostro Paese, e non altri, stanno pagando trilioni di dollari per proteggerci. Coprirsi bene!”.

Sicuramente il giusto compromesso tra benessere e rispetto dell’ambiente rappresenta uno dei principali dilemmi della vita di ognuno di noi, quotidianamente alle prese con decisioni a volte poco coerenti con uno spirito ambientalista presente al nostro interno a targhe alterne. Io stesso scrivo, canto e sostengo tematiche ambientali, ma non sempre riesco a rinunciare alla mia dose quotidiana di inquinamento, sotto tutte le forme (atmosferico, del suolo, acustico, elettro-magnetico, idrico…)

I segnali che però arrivano dall’alto, dalle Istituzioni, di ogni ordine e grado, dalle aziende, sono spesso significativi, piccoli o grandi che siano: una scuola che propone per gli esami di maturità una traccia dedicata al poeta Caproni e ai suoi “Versicoli quasi ecologici”, la sensibilizzazione dell’Europa (e quindi del MIUR) sulla SOSTENIBILITA’, quale cardine delle “Competenze di imprenditorialità”, un Papa che costantemente da’ continuità a quanto asserito nella celeberrima Enciclica Laudato Si’,  la FCA che proprio in queste ore annuncia un investimento di 200 milioni per il debutto, nel 2020, del modello Renegade  “ibrida ricaricabile”, il Nobel per l’Economia incentrato sulla sostenibilità…insomma, non tutto è perduto.

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Una scuola basata sulle competenze: un terreno da coltivare per il bene dei nostri figli

settembre 8, 2018 · 1 Comment

Ventitré anni fa mi avvicinavo agli studi universitari e quasi quotidianamente mi assalivano dubbi legati alla scelta fatta: come avrei potuto conciliare imprenditorialità, profitto, marketing e fatturati, con la mia visione piuttosto “sociale” della vita? L’individualismo, la ricerca del successo ad ogni costo, la carriera, l’organizzazione aziendale e del lavoro apparivano con fattezze quasi mostruose ai miei occhi. Il corso di laurea in Economia Aziendale sembrava mostrarsi ostico sotto molteplici punti di vista, da quello contenutistico a quello motivazionale. Oggi fortunatamente posso dire di aver fatto a suo tempo una scelta non del tutto sbagliata, che mi ha permesso di trovare un lavoro dopo meno di anno dalla laurea e che, grazie alla poliedricità del corso di studi, mi permette oggi di poter insegnare a scuola, forse uno dei miei sogni, a volte nascosto, altre volte palesato, fin dai tempi delle scuole superiori.

Sta per iniziare un nuovo anno scolastico e nel nostro Istituto abbiamo impegnato la settimana che precede l’inizio delle lezioni concentrandoci sulla didattica per competenze, da  molti vista come il gold standard verso cui dovrà tendere l’insegnamento negli anni a venire, ma per altri ancora vissuta come un’entità mostruosa a più teste che tende ad annientare i principi della didattica tradizionale classica, basata essenzialmente sulla trasmissione delle conoscenze, prediligendo metodologie didattiche convenzionali.

Fin dal primo giorno in cui ho messo piede a scuola, ho notato che molte cose erano cambiate dai tempi in cui la frequentavo da alunno: la scuola in passato (e in parte ancora oggi) è stata impostata in maniera prevalente sull’insegnamento di saperi già elaborati e codificati, ma la vera sfida per il futuro è  perseguire l’apprendimento e, quindi, arrivare a valutare non solo ciò che lo studente sa, ma anche e soprattutto ciò che sa fare e come sa essere. E questo potrà accadere solo con la didattica per competenze. Gli studenti sono cambiati, quest’anno diventano maggiorenni i ragazzi nati nel XXI secolo, nel nuovo millennio. Sono ragazzi che non sanno cosa significhi aspettare una lettera o una telefonata a casa, che vivono (s)connessi 24h, che non ascoltano il telegiornale dall’inizio alla fine “perché tanto le cose le scopro da internet, o meglio, da Facebook!”. E’ con loro che dovremo confrontarci, ed è esclusivamente il loro bene l’obiettivo della nostra azione educativa e didattica.  A volte sarà più facile, altre meno, a volte occorrerà essere più rigorosi, altre meno. Sarà nostro compito sviluppare in loro il maggior numero possibile di competenze, affinché, nella vita, possano avere capacità di problem solving nel maggior numero di casi possibile. La perifrastica passiva, gli integrali, le derivate, la partita doppia,  il diritto commerciale, la tavola periodica degli elementi non perderanno valore o importanza, anzi, ne acquisiranno sempre di più, soltanto quando tali saperi saranno perfettamente integrati con le competenze, ossia quel “saper fare” ad ampio spettro che da’ un senso autentico e motivante alle cose apprese e utilizzate.

In accordo con quanto definito a livello comunitario e, a più riprese, recepito nell’ordinamento italiano, la competenza può essere vista come “la capacità dimostrata di utilizzare le conoscenze, le abilità e le attitudini personali, sociali e/o metodologiche in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale”.

Pur riconoscendo di vitale importanza i contenuti disciplinari, non posso che essere d’accordo con questa visione della didattica che “va oltre”, che non si ferma a quanto fatto fino ad ora, solo perché “nella scuola italiana si è sempre fatto così e quindi così va bene”. Una cosa che mi ha particolarmente colpito in questi primi anni di insegnamento è stata una certa riluttanza di molti colleghi ad abbracciare il nuovo; spesso alla pronuncia della parola “competenza”, scattano ancora piccoli momenti di ilarità, o di atteggiamento di sprezzo, lo stesso che, poi, accompagna quasi tutte le novità che vengono introdotte nel modus operandi del settore pubblico. Spesso prevale in molti di loro il timore che i contenuti disciplinari possano risultare sminuiti, ma non è così: la trasmissione delle conoscenze rimarrà sempre uno degli strumenti principali dell’operato del docente, ma va messo necessariamente a servizio degli alunni; occorre agire attraverso un approccio formativo che coinvolga le potenzialità cognitive, pratiche ed emotive degli alunni, le loro energie naturali e che contempli tutte le occasioni di apprendimento accessibili, interne ed esterne.
Tornando alla mia esperienza personale, mi trovo in una fase in cui cerco di imparare quotidianamente dai colleghi molto più esperti e a loro sono grato per gli insegnamenti e per il supporto e, dal mio canto, cerco di fornire il mio (ancora) piccolo contributo, attingendo dal mio bagaglio pregresso, ossia il mondo aziendale, ed è proprio su questo fronte che con sommo piacere ho constatato come anche la scuola abbia finalmente puntato su una delle otto competenze chiave per l’apprendimento, le competenze di imprenditorialità, e si badi bene che non è assolutamente un’eresia, così come potrebbe apparire alla mera lettura del termine. Leggendo i vari punti del “sillabo dell’imprenditorialità”- elaborato dal MIUR per la scuola secondaria di secondo grado –  si capisce come tra gli obiettivi a cui la scuola italiana vuole tendere, ce n’è uno nobilissimo, che punta a sviluppare negli studenti attitudini, conoscenze, abilità e competenze, utili non solo per un loro eventuale impegno in ambito imprenditoriale, ma in ogni contesto lavorativo e in ogni esperienza di cittadinanza attiva. Si tratta pertanto di competenze trasversali e di competenze per la vita (cfr. circolare ministeriale n. 4244 del 13/3/2018).

Ecco allora che inizio a trovare qualche risposta alle tante domande etico-sociali che mi ponevo da universitario, eccomi scoprire i mille nobili risvolti legati alla cultura imprenditoriale, da intendere non necessariamente sotto il profilo esclusivamente economico, finanziario o manageriale. Valorizzazione delle proprie attitudini, fiducia in se stessi, spirito di iniziativa, abilità in termini di creatività, di alfabetizzazione economica e di gestione delle risorse e di rischi/incertezze sono il cuore del percorso indicato dall’Europa e recepito dal MIUR. Nel contesto dello studio comunitario (v. la Nuova Agenda delle Competenze, proposta dalla Commissione Europea il 10 giugno 2016), l’imprenditorialità è intesa come “una competenza trasversale chiave in tutte le sfere della vita. Imprenditorialità significa agire sulle opportunità e sulle idee per trasformarle in valore per gli altri. Il valore che si crea può essere finanziario, culturale, o sociale”.
Dopo l’introduzione dell’Alternanza Scuola-Lavoro (che sicuramente andrà perfezionata negli anni in molti suoi aspetti, ma che segna una tappa fondamentale nello sviluppo della scuola italiana e nel suo avvicinamento alle grandi realtà europee), ecco, allora, un altro bel passo: un percorso di educazione all’imprenditorialità, che prevede, tra l’altro, di iniziare ad operare nelle classi fin dal primo biennio intervenendo sul potenziamento delle attitudini degli allievi e su alcune abilità, quali – come detto -la creatività, la consapevolezza di sé, la motivazione.
Nella speranza che tale percorso non si arresti, mi auguro che in futuro avremo donne e uomini che riusciranno a far avverare i propri sogni, perché da studenti – oggi – stanno capendo come una passione o un interesse possa diventare professionalità e eventualmente lavoro.

Concludo il post con il punto che maggiormente mi ha colpito all’interno del documento contenente le indicazioni per l’attivazione di percorsi di competenza imprenditoriale, quello inerente lo sviluppo personale, che si estrinseca nell’intraprendenza e nella consapevolezza; esso mira a far sì che l’alunno possacomprendere l’importanza dello spirito di iniziativa e dell’assunzione di responsabilità come competenze per lo sviluppo personale e per la vita, e non solo per la carriera imprenditoriale; interpretare le opportunità e le sfide incontrate durante il proprio percorso come mezzo per aumentare la possibilità di trovare una gratificazione in qualunque tipo di percorso; avere consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza”. Dimenticavo, buon anno scolastico a tutte/i!

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