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L’Europa e l’Erasmus: un tesoro per i giovani studenti del vecchio continente

maggio 9, 2018 · Leave a Comment

Lo scorso sabato sono rientrato da un viaggio in Lituania in cui, insieme ad una collega dell’Istituto in cui insegno , l’IIS “U. Pomilio” di Chieti, ho accompagnato quattro studenti nell’ambito di un Progetto Erasmus che ha visto coinvolte  anche altre quattro scuole provenienti da Bulgaria, Macedonia, Turchia e Lituania stessa.  Il viaggio mi ha stimolato diverse riflessioni, prima fra tutte quella sull’importanza e il valore del Progetto Erasmus in sé, un’opportunità unica, nata circa trent’anni fa  per favorire la mobilità studentesca all’interno dell’Unione Europea e che ogni anno vede coinvolti quasi 60.000 giovani italiani e più di 700.000 adolescenti in tutto il continente. Sorto soprattutto come strumento per gli studenti universitari, negli anni l’Erasmus ha allargato il proprio raggio d’azione a campi non soltanto scolastici e, nell’ambito della scuola, anche a livelli di istruzione non universitaria, diventando “Erasmus +”. Terminato questo breve, incompleto – ma doveroso – excursus sulla storia e sul significato Progetto, vorrei evidenziarne gli aspetti umani, i risvolti sociali o sociologici.

Poter guidare gli adolescenti alla scoperta di nuove culture, di nuove amicizie, di nuove lingue, di storie diverse, è motivo di orgoglio; effettuare un soggiorno all’estero (e nel corso degli anni ne ho fatti diversi, sia per piacere personale, sia per esigenze lavorative) rappresentando il proprio Stato, la propria scuola, è nello stesso tempo un onere e un onore, con il netto prevalere del secondo sul primo.

Quello che più mi ha stupito è vedere come le nuove generazioni riescano, quando vengono date loro le possibilità, a calarsi nei nuovi ruoli, a tirar fuori capacità di “problem solving” impensate, a superare piccoli o grandi scogli, a sentirsi essi stessi orgogliosi dell’opportunità concessa loro.

Non mi stancherò mai di ripetere che negli ultimi anni, forse per eccesso di “populismo”, forse per carenza di larghe vedute, o anche per un qualunquismo spesso debordante, chi più, chi meno, è sempre stato – e ancora lo è – pronto a denigrare il valore dell’Europa e dell’Unione Europea. Al valore delle conquiste susseguite grazie all’operato dell’UE ho dedicato più di un post, ma poterlo ribadire agli studenti che chiedono informazioni sui perché delle guerre, dei genocidi, delle deportazioni, ha un valore molto più alto, molto più nobile.
Quando stavo per iscrivermi al Liceo, l’Unione Sovietica aveva appena finito di giocare il suo ultimo mondiale di calcio (in Italia) con la scritta “CCCP” impressa sulle maglie, la Lituania politicamente non esisteva, era solo una piccola parte del grande impero sovietico, la Bulgaria gravitava sotto l’orbita russa, la Macedonia era una parte del grande Stato iugoslavo, guidato da Tito, e che in quel mondiale era forse una delle prime cinque-sei squadre più forti al mondo. La settimana scorsa, a trent’anni di distanza, mi ha fatto un certo effetto poter vedere una cinquantina di studenti, provenienti da quelle zone, ormai liberi di circolare in tutt’Europa, tutti insieme, sotto la grande bandiera blu stellata.
Dove non ha potuto la lingua, sono arrivati in soccorso gli smartphone, i vari “google translator”, “wordreference”, etc. I tanto bistrattati telefonini, social network e gruppi whatsapp, spesso usati malamente nei propri confini, si sono rivelati di estremo ausilio per tenersi in contatto all’interno di una città non propria, a migliaia di chilometri di distanza da casa. Tutti gli studenti sono stati infatti ospitati presso le case dei pari età del posto: abituarsi ai nuovi amici, ai nuovi ritmi, ai nuovi nuclei familiari, farlo in fretta, essere pronti a gestire ogni piccolo imprevisto e, nello stesso tempo, essere pronti per la presentazione ufficiale di un argomento di matematica – in inglese! – davanti a tutti… questo è forse il sunto e il vero significato della “scuola basata sulle competenze”.
“Comunicazione nelle lingue straniere”, “Competenze di base in scienza e tecnologia”, “Competenza digitale”, “Imparare ad imparare”, “Competenze sociali e civiche”, “Consapevolezza ed espressione culturale” non sono sembrate più fredde diciture ministeriali, ma le ho viste finalmente vivere pienamente, grazie ai nostri studenti, grazie all’Erasmus+. Cosa dire poi di fronte allo sgomento o allo stupore dei ragazzi all’interno delle ex carceri del KGB, o al cospetto dei vagoni-bestiame utilizzati per le deportazioni dei dissidenti verso la Siberia… lo stesso stupore che hanno mostrato nel sentire raccontare da noi docenti i principali eventi avvenuti nel XX secolo, dalle guerre mondiali all’olocausto, dai genocidi ai tentativi di rivolta soppressi sul nascere, dal nucleare alla guerra fredda, dalla nascita al crollo del muro di Berlino, dalle prime indipendenze baltiche alle feroci guerre dei primi anni Novanta al di là dell’Adriatico.

Molti si sono stupiti di fronte ai miei ricordi personali dei servizi televisivi sugli avvenimenti di Vilnius, sulle dirette da Sarajevo, sulla notte in cui assistetti in diretta all’edizione straordinaria dedicata al crollo del muro di Berlino o all’estate in cui la Russia si svegliò con un tentativo di colpo si Stato in corso.
Il confronto, poi, con le esperienze lavorative, di studio e di vita dei vari altri docenti, ognuno con una propria storia, ognuno con una propria visione della vita, ognuno con una propria “verità”, mi ha fatto capire l’importanza di parole quali “dialogo”, “ascolto”, “capacità di attenzione”, tutti aspetti messi troppo in fretta da parte in questa nostra vita frenetica quotidiana. Spesso il confronto è servito anche per dare maggiore valore alle tante conquiste che abbiamo  avuto in Italia e che quotidianamente continuiamo ad avere, senza che ne venga apprezzata la portata. L’ultimo pensiero va alle ultime ore del soggiorno-studio, ossia alla cena/festa finale, quando gli alunni nostri e quelli di altre nazioni, anche grazie al potere “senza confini” della musica e della danza, hanno dato ognuno il proprio contributo, improvvisandosi DJ e  selezionando dalla rete i brani con cui convivono quotidianamente. Vedere i nostri ballare e cercare di imparare i passi e i ritmi bulgari, macedoni, turchi o lituani, e, contemporaneamente, quelli degli altri Paesi divertirsi con i brani selezionati dai nostri è stato un bel momento, che è andato anche oltre il valore meramente musicale e folkloristico.
In conclusione mi sento di dover effettuare un piccolo ma sentito ringraziamento all’Istituto Pomilio di Chieti, alla Dirigente Scolastica e ai colleghi che mi hanno accompagnato in questa avventura.

 

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La consegna della Costituzione agli studenti italiani

febbraio 9, 2018 · Leave a Comment

Un po’ di anni fa – frequentavo le Scuole Medie – ci fu consegnato in classe un libretto sulla cui copertina campeggiava una scritta “1948-1988” in grande, e il titolo “Quarant’anni della Costituzione italiana” un po’ più in piccolo.

Quel giorno entravo per la prima volta in contatto con le Istituzioni della mia nazione, quel giorno iniziavo a scoprire che tutto quello che mi circondava e di cui sentivo parlare in TV, a casa o a scuola (il Presidente della Repubblica, la bandiera, la scuola stessa, la possibilità di esprimere il proprio pensiero, la famiglia, la religione, il matrimonio, lo sciopero – termine, questo, che fino a quel momento, per noi studenti, era esclusivamente sinonimo di “oggi  forse non vengono i professori, soprattutto quelli che abitano lontano…”), aveva una matrice comune.

Stamattina, appena arrivato a scuola, noto in vicepresidenza diversi scatoloni pieni di libretti e poco dopo mi viene chiesto di distribuirne, nelle mie classi, a ciascun alunno, una copia: erano stampe della nostra carta costituzionale, realizzate ad hoc per tutti gli studenti delle scuole secondarie (di primo e di secondo grado) nell’ambito delle iniziative poste in essere dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università  e della Ricerca, per le celebrazioni dei settanta anni dall’entrata in vigore della Costituzione Italiana, e al fine di promuovere gli ideali di democrazia, libertà , solidarietà  e pluralismo culturale.

Confesso di aver provato una certa emozione: dopo quarant’anni  ho rivisto in molti alunni atteggiamenti e stati d’animo non dissimili da quelli vissuti ai tempi delle medie da studente: stupore, interesse, curiosità e, in qualcuno, anche un po’ di orgoglio. Hanno iniziato a sfogliare il libretto, a porre quesiti, fornendo diversi spunti di discussione, qualcuno ha preso gli appunti della lezione direttamente sulle pagine bianche finali riservate alle note.

Sicuramente consegnare le copie e spiegare il valore dello strumento e dell’iniziativa mi ha reso orgoglioso del mestiere che svolgo: con piacere ho cercato di confrontarmi con una generazione che, a differenza della mia, non ha mai visto in tv Sandro Pertini in collegamento da Madrid per il Mundial di Spagna o in visita a Vermicino, per seguire le sorti del piccolo Alfredo, non ha mai ascoltato in TV un discorso di Nilde Iotti dallo scranno più alto della Camera, non ha mai visto alternarsi e scambiarsi cariche e ministeri i vari Andreotti e Fanfani durante i concitati anni della Prima Repubblica, non ha mai assistito in diretta alla complicata elezione di Oscar Luigi Scalfaro alla Presidenza della Repubblica pochi giorni dopo la strage di Capaci del 1992. Quelli appena elencati sono alcuni personaggi che hanno caratterizzato – chi meglio, chi peggio (ma certamente affrontando la “Cosa Pubblica” con maggior competenza rispetto all’attuale classe politica) – la vita della Repubblica, dalla stesura della Costituzione fino agli inizi degli Anni Novanta. Il fatto che oggi non vi siano più Padri Costituenti in vita (l’ultimo a morire fu Emilio Colombo nel 2013), tende a far percepire sempre un po’ più distanti i valori, i sentimenti e i sacrifici alla base di quella grande conquista che fu la Carta Costituzionale. Soltanto Roberto Benigni  (tirato poi dentro ad uno stucchevole dibattito “elettorale/referendario”) è riuscito a veicolare i messaggi presenti nella Costituzione, facendoli sentire vivi e vicini, a tutte le generazioni, soprattutto alle più giovani. Ma Benigni non basta, eccomi allora a sottolineare il valore dell’iniziativa voluta dalle nostre Istituzioni.

L’iniziativa del MIUR, del MEF e del Senato (sotto l’egida della Presidenza della Repubblica) credo sia lodevole e mi piacerebbe che in maniera “bipartisan”, per una volta,  venisse riconosciuto alle Istituzioni coinvolte il merito, seppur piccolo, di aver veicolato nel mondo della scuola la Carta Costituzionale, ossia (e qui cito il  virgolettato della lettera che dal Ministero ha accompagnato la spedizione degli opuscoli) ” […]il fondamento della cittadinanza, del senso civico, dell’esercizio dei diritti e doveri, dell’essere e sentirsi comunità di donne e uomini uniti da regole e valori condivisi. Se la scuola è il luogo dove si impara tutto questo, dove si cresce e si diventa cittadine e cittadini, la Costituzione è il testo di riferimento, la mappa che ci aiuta sempre a trovare la rotta giusta […]”.

A titolo di cronaca, quel libretto bianco, ricevuto alle Scuole Medie, mi ha accompagnato sempre, fino al completamento degli studi universitari, pieno di sottolineature ed evidenziazioni di tutti i colori, per poi scomparire – ahimè non so dove e quando  (forse in qualche trasloco) – dalla mia vista una quindicina di anni fa.  Beh, in un certo senso, è come se oggi  lo avessi ritrovato, con un compito più gravoso per me, usarlo guidando gli studenti nella comprensione, nello studio e nell’interiorizzazione dei suoi contenuti. Spero di esserne in grado.

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Quando anche il Festival di Sanremo suscita piacevoli ricordi

febbraio 6, 2018 · Leave a Comment

Come ogni anno, arriva il giorno del Festival dei Fiori, e tutti giù a scrivere post, tweet o a “whatsappare” commenti (nella migliore delle ipotesi) o sproloqui e aspre critiche sulla qualità delle canzoni, sui compensi ad ospiti e conduttori, sui vestiti, sulla composizione della giuria (è di qualche giorno fa  la polemica legata alla presenza, tra i giurati, di Andrea Scanzi, per alcuni – in primis Claudio Baglioni –  un esperto critico musicale, per altri un tuttologo incompetente, non solo in ambito musicale). Su cinque giorni di Festival, però, finisce sempre che ogni persona, anche per sbaglio, si imbatta per un momento in una canzone, in un’intervista, in un servizio di un telegiornale, anche solo per il gusto di criticare (e la maggior parte delle volte – devo dire – anche a ragione).

Eppure, nei tempi passati – almeno per quella che è la mia esperienza, la mia età,– nella cittadina ligure ci sono stati anche momenti interessanti, che a volte riaffiorano nella mente.

I miei primi ricordi vanno alle edizioni di inizio anni Ottanta, alla comparsa dello sconosciuto Vasco Rossi sul palco, seguito a ruota da un certo Zucchero, con canzoni finite negli ultimi posti, ma presenti – e gettonatissime -nei juke-box (anche del bar di Borrello, il mio paese di nascita e di gioventù), da Febbraio fino al Gennaio dell’anno successivo.

Chi può scordare, poi, l’immagine di Peter Gabriel che si lancia sul pubblico, cadendo malamente, durante l’interpretazione di “Shock the monkey”. Lo stesso fondatore dei Genesis tornerà, poi, sul palco dell’Ariston nel 2003 con l’ennesima trovata scenica, ossia una performance all’interno di una sfera gigantesca e rimbalzante, cantando“Growin’ up”.

Nel periodo del grande successo di Arena arrivano a Sanremo i Duran Duran, con “Wild boys”scatenando le teenagers italiane, nonostante l’ingessatura della gamba di Simon Lebon e generando un clima simile soltanto a quello legato all’arrivo in Liguria, decenni prima, dei Beatles. E poi Sting, da poco uscito dai Police, presenta al festival un brano molto discusso, “Russians”, in un clima internazionale che non aveva ancora visto la fine della Guerra Fredda. Ma non solo ospiti e soprattutto, non solo concorrenti come i soliti Fiordaliso, Marcella, Peppino di Capri o Drupi…

Nel 1987 ricordo nitidamente la comparsa di un personaggio allora a me sconosciuto, che tornava sui grandi palcoscenici con una canzone avvincente e in grado di esaltare una delle voci maschili più  belle di sempre: Massimo Ranieri  trionfava con la sua “Perdere l’amore”. Passano pochi anni e Sanremo ripropone all’occhio della grande platea un’altra artista, andata inspiegabilmente nel dimenticatoio negli anni precedenti, Mia Martini, che propone in tre diverse edizioni a cavallo degli Anni Ottanta e Novanta altrettanti capolavori, che ancora oggi  mi regalano forti emozioni: “Almeno tu nell’universo”, “La nevicata del ‘56” e “Gli uomini non cambiano” sono tre autentiche perle della musica leggera italiana.  E’ poi tornato il momento dei duetti “Italia-resto del mondo” e allora come dimenticare Ray Charles che, agli inizi degli Anni Novanta, interpreta in inglese un brano di Toto Cutugno (l’eterno secondo – un po’ come la mia Juventus in Champions League), facendolo sembrare eccelso.

Una miriade di canzonette, di terribili rime baciate, di testi spesso orripilanti, ma di Sanremo voglio ricordare anche le felici ed interessanti apparizioni di Enzo Jannacci, Fiorella Mannoia, Pierangelo Bertoli, Patty Pravo (che torna al Festival nel 1997 con la stupenda “E dimmi che non vuoi morire”, composta per lei da Vasco Rossi).

E poi, gusti e passioni personali a parte, va ricordato come due dei più affermati artisti italiani all’estero, Eros Ramazzotti e Laura Pausini, iniziano la loro scalata verso il successo proprio dal palco dell’Ariston.

Un giorno, invece, perfino mio padre, affezionatissimo al Festival di Sanremo, non riuscì a trovare alcunché di buono durante una edizione, fino a quando non comparve sul palco un uomo con un’armonica ed una chitarra, ad incantare tutta la platea: era il 1996 e sul palco salì Bruce Springsteen, cantando la splendida ballata “The ghost of Tom Joad”. Mi telefono’ (perché io ero a Pescara all’Università) e disse: “ Oh, si viste quille c’ha candate mo’?…quille sci’ ca è fort’!!” Arriviamo al nuovo millennio e in mezzo a canzoni ed edizioni davvero brutte, esperienze di conduzioni ai confini della vergogna, appaiono, di quando in quando, concorrenti bravissimi che spesso poco hanno a che fare col Festival: Bluvertigo, Quintorigo, Subsonica, Negroamaro

Arriva, poi, il momento di Roberto Vecchioni, un altro “big” che nel 2011 decide di varcare i cancelli dell’Ariston, nonostante la sua estrazione musicale un po’ più “elitaria”. Si presenta, canta, incanta e vince.

L’ultimo pensiero voglio rivolgerlo alla Band che, quando apparve nel 1996 sul palcoscenico di Sanremo, mi sconvolse, non tanto per il testo (sebbene poi sia diventato un “Cult”, ahimè foriero di troppe verità legate ai costumi – politici e non – del nostro stivale, “La terra dei cachi”) ma per la tecnica musicale, per i continui cambi di tempo, per gli aspetti scenografici, per le trovate di costume: Elio e le storie Tese credo siano stati, musicalmente parlando, tra i punti più alti del Festival e sono il principale, se non l’unico, motivo che stasera mi farà dare un’occhiata al Festival.

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“Un ambiente degno di Nota”: molto più di un progetto scolastico

gennaio 13, 2018 · 1 Comment

Integrare le diverse discipline, fonderle con le arti, coinvolgere gli studenti in uno scambio continuo di idee ed esperienze, fornire loro spunti e strumenti idonei per riflettere su problematiche reali, quotidiane…credo tutto ciò possa essere il sogno di molti docenti, sicuramente rientra nella mia forma mentis e nel mio ideale di scuola ed è per questo che mi ritengo fortunato e soddisfatto per l’arricchimento ricevuto dall’esperienza laboratoriale conclusasi lo scorso dicembre presso l’Istituto di Istruzione Superiore “U. Pomilio” di Chieti, che ha visto gli studenti assoluti protagonisti, guidati sapientemente da un “team docenti” affiatato. Prima di poter sottoporre alla Dirigente Scolastica il progetto, a inizio anno scolastico, avevo qualche timore, essendo una delle prime volte che mi esponevo in prima persona in un percorso abbastanza articolato, fuori dai tipici schemi della tradizionale didattica; dopo i primi contatti con i vari docenti delle discipline da coinvolgere, ho subito capito che il team working – quel “gioco di squadra” che spesso fa la fortuna di aziende o di compagini sportive – sarebbe stato il motore propulsore delle attività. Non mi sbagliavo. Le ampie vedute della Dirigente  hanno poi fatto il resto, permettendo di attivare il percorso multidisciplinare “Un ambiente degno di nota” in diverse classi.

Sostenibilità ambientale, smog, ricerca del giusto compromesso tra progresso economico e salvaguardia degli ecosistemi, sono state alcune delle tematiche al centro del progetto. Gli studenti del settore “socio-sanitario” e “moda” hanno lavorato, insieme ai docenti, sugli aspetti scientifici e sociali legati al rapporto “uomo-ambiente”.

La Costituzione, la legislazione comunitaria, il protocollo di Kyoto, gli Accordi di Parigi del 2015 sono stati l’architrave  di un percorso che in una seconda fase ha portato le studentesse e gli studenti a scoprire l’importanza della sensibilizzazione sulle tematiche ambientali per mezzo dell’arte, della letteratura e della musica. San Francesco d’Assisi, Papa Bergoglio, Pierangelo Bertoli, Bob Dylan, Sergio Endrigo,  sono stati tra i protagonisti principali delle lezioni, volte tutte a rafforzare le diverse competenze chiave previste nei percorsi della scuola secondaria: comunicazione nella madrelingua, comunicazione nelle lingue straniere, competenze di base in scienza e tecnologia, competenze sociali e civiche. Gli alunni hanno scoperto nei vari laboratori e durante le lezioni la potenza devastante dei testi di alcune canzoni, la forza illuminante di alcuni generi musicali che hanno fatto la storia della musica (si pensi al rock progressive), hanno creato coreografie ex novo su versioni remix (da loro suggerite) di alcuni brani, hanno rielaborato graficamente alcuni dipinti legati ad opere rock, hanno incontrato esponenti da sempre legati al mondo dell’associazionismo ambientale… Il compito di realtà finale è stato individuato nell’analisi dell’opera prog-rock “La bestia Umana”, degli abruzzesi Sfaratthons (gruppo di cui faccio parte), concepita proprio quando i membri fondatori della Band frequentavano la scuola secondaria. I laboratori fotografici, le rielaborazione di testi ed immagini, il coinvolgimento musicale attivo degli studenti, sono stati, dunque, il cuore del progetto e sono sfociati nella rappresentazione finale del 23 dicembre, quando, alla presenza di Argentino D’Auro, autore dei testi, e del pittore Luca Luciano, creatore del dipinto-copertina dell’opera rock, si sono esibiti “live” gli stessi Sfaratthons, con il Maestro Geoff Warren come ospite speciale, al flauto. In quell’occasione gli studenti, che già avevano contribuito alla realizzazione di alcuni videoclip da proiettare durante lo spettacolo, sono diventati parte attiva della performance, effettuando domande ai vari membri, introducendo le varie canzoni e prendendo parte, in alcuni casi, alle esecuzioni dei brani stessi. Spesso al giorno d’oggi si parla – a volte a proposito, altre meno – di didattica per competenze, dimenticando che il cuore di tale approccio va visto nell’individuazione di un “problema” AUTENTICO (collegato ad esperienze di vita reale), COMPLESSO (in modo da favorire l’integrazione fra discipline), che parta da un’analisi dei BISOGNI e degli APPRENDIMENTI che si vogliono sviluppare, senza SOLUZIONI PRECOSTITUITE e in grado di attivare COMPETENZE DI CITTADINANZA. Credo e spero che il progetto “Un ambiente degno di nota” possa essere riuscito ad avvicinarsi il più possibile agli standard appena enunciati, ma sono sicuro sia riuscito a lasciare un piccolissimo segno in ognuna delle persone coinvolte, alunni e docenti.  E per questo ringrazio ancora tutti!

 

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Il referendum in Italia e la progressiva scomparsa del NO

agosto 8, 2017 · Leave a Comment

Il divorzio, l’aborto, il finanziamento pubblico dei partiti, il nucleare, la caccia, le concessioni TV, le leggi elettorali…sono solo alcuni degli argomenti su cui il popolo italiano è stato, negli anni, chiamato a “dire la propria”, decidendo, con un SI o con un NO, se abrogare o mantenere in vita una Legge fatta dai membri del Parlamento, ossia quelle persone che noi stessi “deleghiamo” affinché  creino le giuste regole per il funzionamento del nostro ordinamento.

Spesso, in momenti di elevata sfiducia verso le istituzioni, si inneggia al cosiddetto “potere al popolo”,  la maggior parte delle volte esagerando nei termini e nei modi (basti pensare a quante volte erroneamente gente comune, professionisti e, ahimè, perfino membri di partito, parlino in maniera sconsiderata: si sente spesso dire ”Bisogna tornare alle urne, questo non è un governo eletto dal popolo”, ma  basterebbe fermarsi a riflettere un secondo sul fatto che in Italia il popolo non elegge i membri del Governo per capire che sarebbe meglio tacere, eppure no, viviamo una fase storica in cui il pressapochismo, soprattutto sui temi socio-politici, regna sovrano.

Non fa eccezione il capitolo legato ai Referendum: spesso sentiamo proclami, del tipo “Raccogliamo le firme per un Referendum, questa legge va contro i nostri principi, è antidemocratica, etc. etc.”, ma poi spesso non si riesce a raggranellare neanche il minimo di firme necessarie e ciò non denota sempre e soltanto disinteresse da parte della gente, ma forse rappresenta anche un minimo di fiducia che la gente stessa ripone nell’operato del Parlamento.

Uno degli istituti previsti dalla Costituzione, all’Articolo 75, per mettere il popolo il più possibile al centro della vita socio-politica della nazione, è proprio il Referendum abrogativo.

Ricordo, da piccolo, di aver spesso accompagnato al seggio del mio paese i miei genitori il giorno delle varie tornate elettorali e, sebbene non capissi un granché di quello che mi veniva spiegato, mi ero fatto un’idea del Referendum comunque non tanto distante dalla realtà: “Se dici SI’ significa che VUOI ELIMINARE quella Legge, perché non ti piace, se dici NO, vuol dire che ti piace e la vuoi mantenere in vita, NON VUOI ELIMINARLA”.

Mi fu spiegato che il primo Referendum abrogativo era stato votato in Italia nel 1974 chiamando il popolo a decidere su una tematica molto delicata, dato anche il forte sentimento religioso presente nella nostra nazione: quella volta il popolo italiano disse NO a un quesito che proponeva di abrogare la legge che aveva introdotto nel nostro ordinamento il divorzio. Sia questo, sia quello sull’aborto del 1981, furono due chiari esempi di come possano (o debbano) essere scisse le sfere civiche e religiose presenti in ciascuno di noi: passò in molti casi il seguente ragionamento: “Ok, io probabilmente non me ne avvarrò mai, ma voglio che nel mio Stato ci sia la possibilità di divorziare o di interrompere la gravidanza, perché non sono in grado di conoscere gli eventuali motivi che potrebbero essere alla base di tali scelte nella testa, nella coscienza e nelle storie di milioni di uomini e donne”. Ecco, allora, che il Popolo Sovrano si trovò ad avallare il “giusto” lavoro legislativo fatto dal Parlamento.

Frequentavo la prima media e ricordo abbastanza bene che, dopo i tragici fatti dello scoppio della centrale sovietica di Chernobyl, vi fu un grande dibattito intorno al Referendum sul Nucleare, sottolineando sì i possibili pericoli legati al proliferare delle centrali, ma rimarcando anche l’estrema vicinanza dell’Italia alla Francia, una nazione già da anni votata al nucleare, ragion per cui un eventuale problema legato alle centrali transalpine avrebbe purtroppo potuto toccare anche noi e da un professore dapii l’importanza di individuare sempre le ragioni di una e dell’altra parte, per poi decidere bene.

Tre anni dopo, nell’estate del 1990, ricordo che accadde qualcosa di strano: ci fu l’ennesima tornata elettorale referendaria e una delle tematiche su cui si sviluppavano i quesiti era quella legata alla caccia. Il referendum  andava a limitare e regolamentare l’attività venatoria (non ad eliminarla), andando ad abrogare, tra le varie cose, l’accesso ai fondi privati da parte dei cacciatori.

I SI trionfarono, superando il 90% delle preferenze, allora chiesi a mio padre: “Allora non avranno più vita facile i cacciatori?”  Mi rispose: “No, questa volta il referendum non è valido”.

Ma come? Quelle poche certezze che avevo in materia crollarono in un secondo. Nei giorni successivi, sia vedendo la TV, sia ascoltando i discorsi fatti in paese, capii che in un certo modo i cacciatori (e non solo) avevano cercato di invogliare la gente a non votare, in modo da non far raggiungere il numero minimo per rendere valido il Referendum, il cosiddetto QUORUM.

Da quel lontano 1990 la parola QUORUM ha rappresentato in ogni tornata referendaria l’aspetto più importante e centrale, ancor più della tematica oggetto del Referendum stesso.

Anni dopo, imbattendomi di nuovo nell’Articolo 75 della Costituzione, perché oggetto di studio del mio percorso universitario, approfondii maggiormente l’argomento (il numero di firme necessarie per richiedere un referendum, le materie sulle quali non è possibile richiederlo, le differenze tra Referendum abrogativo e Costituzionale – per il quale non è richiesto il raggiungimento di alcun quorum, etc. etc.).

In quelle poche ma essenziali parole – “ […] la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto […] ” – presenti nell’Articolo 75  della Costituzione si racchiudono, quindi, le battaglie referendarie degli ultimi ventisette anni.

Confidando molto sul fisiologico alto livello di astensionismo presente in Italia, ad ogni tornata elettorale non si sono più fronteggiati “quelli del SI” e “quelli del NO”, essendo questi ultimi sostituiti dal cosiddetto fronte dei “sostenitori dell’astensione”.

Da quel famoso Giugno del 1990 sono infatti cambiate le strategie politiche alla base dei Referendum e in molti casi (soprattutto dal 1997 in poi), molte persone “in teoria propense al NO”, quindi alla conservazione dello status quo, decidono, consciamente, di non partecipare al voto, al fine di non permettere il raggiungimento del quorum.

Se si volesse dibattere sull’opportunità etica di adottare o meno tale strategia si potrebbe stare qui a discutere ore, però, nel momento stesso in cui tale strumento è previsto in Costituzione, non si può tacciare chi se ne avvale, di essere un “cattivo cittadino”. Io stesso, nelle varie occasioni, ho deciso, di volta in volta, di andare (se intenzionato a votare SI) alle urne o di astenermi (se intenzionato a non abrogare quella legge, o parte di essa). Sicuramente uno degli aspetti più ridicoli è vedere i vari partiti e schieramenti politici attaccare l’astensionismo a fasi alterne, ossia solo quando alla loro parte non conviene. La cosa che mi ha sempre convinto poco è il vedere accorpati nella stessa tornata elettorale diversi quesiti, spesso di natura eterogenea; in tali casi, infatti, un’eventuale decisione di astenersi su un quesito si ripercuoterebbe gioco forza sugli altri (è infatti difficile che la massa decida di ritirare alcune schede sì e altre no).

Come  risolvere il problema? Sicuramente sarebbe opportuno che almeno i partiti evitassero di dare consigli del tipo “Meglio andare al mare, o in montagna, piuttosto che andare a votare”; se, tranquillamente si limitassero ad appoggiare il SI o il NO, o addirittura – cosa ovviamente impensabile – lasciassero libertà di scelta, sarebbe un bel passo avanti. Idem si dica per le varie associazioni di categoria o, peggio ancora, le varie lobbies (si pensi ai cacciatori, a sindacati, a Confindustria, alla CEI, etc. etc.); anche queste ultime potrebbero limitarsi ad appoggiare una delle due scelte, senza mettere in campo l’astensione volontaria. A quel punto il singolo cittadino almeno non verrebbe invogliato a non recarsi alle urne.

Va da sé che sarebbe anche utile un provvedimento del nostro Parlamento volto ad “abbassare” in qualche modo e in alcuni casi la soglia del quorum, e questa era una delle cose positive  presenti nella riforma Costituzionale bocciata lo scorso Dicembre 2016.
Per concludere vorrei aggiungere due parole proprio sul “Referendum Costituzionale”, che, sebbene si chiami “Referendum”, ha poco a che fare, nella ratio e nelle modalità, con il “Referendum abrogativo” di cui abbiamo parlato fino ad ora.

Nel referendum Costituzionale il popolo è chiamato alle urne solo quando c’è stata in Parlamento una Riforma che ha modificato parte della nostra Carta Costituzionale. Data l’importanza e la delicatezza della materia, può essere infatti richiesto un Referendum CONFERMATIVO, nel quale il cittadino, votando SI lo approva definitivamente, votando NO lo boccia.

Per il referendum Costituzionale non esiste quorum (il processo di legiferazione in materia è lungo e prevede doppio passaggio in entrambe le Camere), ossia non c’è bisogno di una soglia minima per renderlo valido. Spesso a scuola i ragazzi mostrano un discreto interesse verso l’istituto del referendum, sebbene ne confondano le tipologie (il Referendum del 2 Giugno 1946, con cui si istituì la nostra forma di Stato, la Repubblica, spesso viene confuso con il Referendum Costituzionale o, a volte, assimilato a quello abrogativo), e credo che qualche ora in più passata a spiegare tale istituto potrebbe aiutare a creare una futura classe di cittadini più competente su questo delicato, importante e a volte bistrattato strumento donatoci dai Padri Costituenti.

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Sessant’anni di Unione e di Pace.
Buon Compleanno Europa!

marzo 21, 2017 · Leave a Comment

60esimo-2“L’Unione Europea, l’unione dei popoli europei, dei cittadini dei nostri Paesi, è un progetto di grande valore che va coltivato quotidianamente, anche per rimuoverne le imperfezioni, le contraddizioni, per migliorarlo sulla base di una critica anche severa ma costruttiva […]”
Fra pochissimi giorni, il prossimo 25 Marzo, a Roma verrà festeggiato il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati che dettero vita all’embrione di quella che oggi conosciamo come Unione Europea, e nel virgolettato del nostro Presidente della Repubblica (tratto dal suo discorso tenuto a Gorizia lo scorso Ottobre) è racchiusa, forse, l’essenza della sua attuale esistenza. Già qualche tempo fa avevo parlato su questo sito (L’Europa: una casa da ristrutturare, non da evacuare ) dell’importanza di difendere la nostra “Casa Europa”, pur riconoscendo la necessità di ristrutturarla, adeguarla ed “aggiustarla”, tenendo conto delle diverse radici dei Paesi membri, delle diverse storie che tali nazioni hanno avuto nell’ambito del processo di unificazione, delle diverse esigenze economiche e di bilancio.
Sono passati tre anni da quel post del 2014 e il sentimento anti-europeista ha visto pericolose impennate, spesso alimentate da sentimenti di populismo e disfattismo contaminati da rigurgiti di iper-nazionalismo sfrenato.
Il prossimo anno cadrà il centesimo anniversario della fine della “Grande Guerra”, un conflitto che generò anni bui, caratterizzati da crisi economiche, dittature efferate e livelli elevatissimi di disgregazione sociale e politica, sfociati in poco più di un ventennio nel secondo conflitto mondiale.
Proprio sulle macerie del secondo dopoguerra, però, furono gettate basi ben diverse: il mondo si divise essenzialmente in due blocchi, ma tutti gli sforzi, in particolar modo nell’area occidentale del Vecchio Continente, iniziarono ad andare verso la ricerca della stabilità, della pace, della crescita economica e sociale.
Adenauer, Monnet, De Gasperi, Spinelli, Schuman sono tra le persone che forse ogni giorno dovremmo ricordare e ringraziare, avendo lottato e lavorato per garantire la pace, l’unità e la prosperità nel nostro Continente, quella stessa Europa oggi tanto bistrattata, troppo spesso a torto, rare volte a ragione. Non sono certo mancati, negli anni, i momenti di tensione, anche aspri (a volte vere e proprie guerre, si pensi ai conflitti locali nei luoghi dell’Ex Jugoslavia o in quelli nati dalla disgregazione dell’URSS), su diversi fronti e in diverse nazioni, ma da quel 25 Marzo del 1957 la storia dell’Europa – e quindi del mondo – non è stata più la stessa e una nuova visione ha iniziato a fare breccia tra i cittadini: il principale intento dei trattati di Roma era quello di promuovere la cooperazione economica, in modo tale da ridurre il rischio dei conflitti, a maggior ragione tra nazioni protagoniste di scambi commerciali. Diritti umani, libera circolazione di persone e merci, trasparenza, mobilità sono le grandi tematiche di cui l’Unione Europea si è occupata per più di mezzo secolo.
Probabilmente questo importante anniversario arriva in un momento molto delicato: la moneta unica viene spesso messa in discussione e screditata, soprattutto all’interno del nostro stesso Paese, ma a tal proposito giova ricordare come molti economisti, tra cui il Professor Piga, Docente a “Roma-TorVergata”, sottolineino come il problema in sé non è la valuta unica, ma la mancanza di politiche di forte solidarietà tra le zone ricche e quelle povere, ingrediente essenziale quando si adotta un’unica moneta in una zona vasta ed eterogenea (lo stesso Dollaro aveva causato instabilità e conflitti interni fino a quando non sono stati inseriti “meccanismi di trasferimenti automatici”). Su molte zone di confine dilaga, con scarsa collaborazione dei Paesi Membri, il fenomeno dell’immigrazione e dei rifugiati; in diverse nazioni si affacciano, come detto, spettri nazional-socialisti e, per finire, lo scorso giugno la Gran Bretagna ha deciso di abbandonare l’Unione Europea, con un Referendum che ha visto protagoniste le vecchie generazioni a scapito dei giovani e le zone rurali a scapito della volontà dei cittadini della capitale. Tanti paradossi sono racchiusi nella scelta referendaria inglese, primo fra tutti il fatto che chi aveva promosso il Referendum era tornato sui propri passi, ma troppo tardi: milioni di persone, spesso animate più da visioni incomplete e parziali sul ruolo dell’UE che da un’analisi approfondita sugli eventuali “costi/benefici” derivanti dall’uscita dall’UE stessa, hanno votato per la BREXIT, mettendo a repentaglio, checché ne dicano “saccenti” politici ed analisti dell’ultima ora, il futuro delle nuove generazioni.
Le spinte “anti europeiste” sembrano non cessare e tutto ciò non può che preoccuparci. Detto questo – non mi stancherò mai di ripeterlo – tanti meccanismi vanno aggiustati: dall’austerity sventolato come unico mantra da Berlino “urbi et orbi”, fino alle emergenze legate ai migranti (l’Europa intera deve iniziare a gestire in maniera più efficiente le emergenze legate ai rifugiati, non abbandonando le nazioni di “primo approdo” come la nostra).
Non ci si può, però, arrendere davanti a chi pensa di buttare 60 anni di storia e di conquiste, effettuando spesso misere “operazioni di sciacallaggio socio-politico-economico” sui problemi reali e quotidiani della gente. Nonostante le critiche, resta pur sempre un’Europa in cui da anni generazioni di giovani si muovono da un’Università all’altra per completare e arricchire i propri percorsi accademici e dove tanti altri milioni di giovani viaggiano, scoprono, trovano lavoro, e spesso iniziano una nuova vita, sentendosi a casa in qualsiasi punto del Continente. E’ un’Europa che stanzia finanziamenti per i più svariati settori (a volte non spesi per la miopia amministrativa delle singole nazioni) e da decenni si mostra sempre più attenta al mondo della scuola e alle politiche di coesione. Ricordo ancora con emozione, nel Febbraio 1992, una verifica scritta di storia al secondo Liceo, quando il professore inserì tra le domande un quesito sui Trattati di Maastricht, firmati soltanto il giorno prima. Fortunatamente a casa, soprattutto nell’ora di cena, si era soliti parlare, discutere e commentare i principali fatti del giorno; la verifica andò molto bene e fui uno dei pochi a rispondere al quesito e ancora oggi penso che quello fosse un tipico esempio di “sinergia” tra il mondo della scuola e quello della famiglia: ci sono eventi, offerti dell’attualità, di cui ciascun docente dovrebbe occuparsi, anche solo per cinque minuti, durante la lezione, a prescindere dalla materia e dal programma ministeriale. Un piccolo stimolo dell’insegnante spesso diventa una sorta di apripista nel sentiero della curiosità dei ragazzi e un potenziale momento di confronto e scambio di opinioni in famiglia.
Il prossimo 25 Marzo cerchiamo di evitare slogan e manifestazioni fuori luogo e approfittiamo della ricorrenza per spiegare, alla gente, agli amici, ai nostri figli e soprattutto nelle aule, l’importanza dell’Unione Europea, evidenziandone anche i difetti, ma ricordandone e difendendone sempre i nobili ideali che mossero i Padri Fondatori quel giorno di fine Marzo di sessant’anni fa, a Roma.

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